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Intervista all’Artista
a cura del Dott.Valtero Curzi Filosofo

Domanda banale (ma non troppo) chi è per te Marino Rossetti?

Bella domanda… per nulla banale. Potrei rispondere semplicemente… ”sono un artista”, ma non mi sembra esauriente pur nella vastità delle implicazioni che il termine contiene. 
Negli anno ’90 la materia entrò prepotentemente nel mio lavoro sconquassando tutte le mie credenze e i pilastri sui quali si reggeva il mio edificio. Ad ogni nuovo incontro (perché è di questo che trattava e si tratta ancor oggi) con una materia, si riproduceva lo stesso sommovimento che mi poneva in bilico, nella richiesta di nuove conoscenze, concezioni… perché ogni materia richiedeva un approccio diverso, la conoscenza di diverse metodologie operative. Essendomi inoltre avvicinato alla fisica, in questo continuo essere spinto “ai margini“, imparai a convivere con il caos. Mi ricordai del mito di Teseo… la risposta fu che non si trattava di uccidere il mostro e poi uscire dal dedalo con il filo di Arianna, ma di imparare a convivere con il minotauro.
 Altra esperienza fu una riflessione sul ruolo dell’arte e dell’artista. Le materie mostravano una loro specifica “bellezza”, un “cromatismo intrinseco”, una loro vita… perciò in opposizione alla visione rinascimentale dell’Uomo/Dio che da vita alla materia con il suo alito creatore, mi dissi che il mio ruolo non poteva più essere il sovrapporre un mio ideale di bellezza a quella che mi si poneva dinanzi agli occhi, ma quello di “svelare” la bellezza” propria delle materie. Insomma… la bellezza è nelle cose intorno a noi, compito dell’arte è mostrarla.
 Da questo continuo fare, confrontandomi sempre con nuove problematiche, nacque un’altra riflessione: ciò che dimensionava il mio essere era quel fare; “perciò non più penso ma faccio, perciò sono”. E d’altro canto:
 Facere docet philosophia, non dicere
. Quindi la risposta alla tua domanda può essere semplificata in: “sono ciò che faccio”.

In una tua mostra Animatematica… mente hai posto delle definizioni: l’anima nel caos e il caos dell’anima. Nella tua arte mi pare di capire che il caos è un particolare ordine non colto. In quale dimensione della tua poetica artistica si colloca il concetto di caos o disordine?

Le due definizioni erano riferite ai due artisti che erano in mostra: Armando Pelliccioni ed io. E’ stato Armando ad inventarle, volendo caratterizzare così due diversi approcci al tema. In me lui ha visto “il caos dell’anima”, mentre lui (fisico di professione) ha definito il suo, come un più calzante e specifico accostamento al problema del caos. Perciò, lui dall’esterno ed io dall’interno. Per me il caos non è disordine ma un ordine non colto, qualcosa di impossibile da cogliere nella sua interezza, per l’aspetto irregolare, discontinuo e incostante della natura. Un infinito, o non/finito in cui siamo immersi. Nell’ambito della ricerca artistica esso non è una dimensione ma qualcosa che si apre a 360°, non definisce una specifica direzione, ma la condizione totale nella quale siamo immersi.

Nella tua serie “Finestre di disordine…” si ha l’impressione che il disordine o “caos” sia una dimensione esterna a qualcosa, infatti la finestra separa un interno da un esterno. Ma se riprendo la definizione sopra accennata -”l’anima nel caos e il caos dell’anima”- non avverto questa distinzione interno-esterno. Forse allora siamo noi stessi generati dal “caos”, e la realtà che interpreti è il “caos”, come nella teoria della fisica Quantistica???

Se la finestra è vista nell’accezione Brunelleschiana, allora si, essa è un filtro, una membrana che mette in comunicazione due diverse dimensioni spaziali. Ma in me non c’è distinzione tra interno ed esterno, in tal senso la finestra non è un luogo di separazione. Le due definizioni non individuano due diverse posizioni (un qui e un là), esse sono comunque un “interno”, e all’interno di quella condizione si aprono ogni tanto dei momenti di ordine. La frase è un capovolgimento di quanto si afferma nella teoria del caos, lì si parla di finestre di ordine in un sistema caotico. Il capovolgimento nasce dall’idea che noi presumiamo di vivere in un sistema ordinato all’interno del quale ogni tanto si aprono finestre (momenti) di disordine. Ma poi, che c’è di più caotico della nostra anima… Non solo siamo generati dal caos, ma siamo il caos e l’unica cosa che possiamo interpretare è il caos (“Io mi mantengo sempre in relazione con l’informe, inteso come grado più puro del reale, del non interpretato…” Valery I quaderni Ego-ibid., III, 364 Vol I°)
.

Sempre nella mostra Animatematica… mente: l’anima del caos, il caos dell’anima, associ il concetto di “caos” con la matematica, due dimensioni opposte. Che cosa lega la matematica con il caos o disordine?

In generale il cosmo si divide in due parti: micro e macro .Macro è ciò che supera la scala umana in grandezza, micro è tutto ciò che è inferiore o uguale alla scala umana di misurazione. La geometria ci ha fornito le regole per il calcolo delle misure e la geometria è intimamente legata al nostro modo di concepire la realtà… Tutto ciò che vediamo, udiamo o tocchiamo lo analizziamo prima di tutto in termini geometrici. Ma la geometria si è evoluta passando dalla euclidea alla geometria non euclidea, alla geometria frattale. E qui cambiano i modelli e gli strumenti di misurazione, tutto dipende dalla scala con la quale si misura. Mandelbrot in un articolo del ’67 dal titolo “Quanto è lunga la costa della Bretagna?” Spiegò che le normali nozioni di lunghezza (e quindi di misurazione) mancano di significato nel caso di oggetti irregolari, ossia la geometria euclidea con le sue dimensioni intere non può misurare lunghezze e scale differenti. Ciò che a prima vista appare come liscio, messo sotto un microscopio mostra asperità, tridimensionalità. In definitiva tutto dipende dalla prospettiva con la quale guardiamo, ossia dalla scala con cui viene fatta l’osservazione. In fondo ciò che è avvenuto nell’arte contemporanea, ed in particolar modo nell’informale è stato proprio questo cambio di prospettiva.


Nella tua produzione ha un grande rilievo la forma espressiva del libro d’artista, come messaggio simbolico che rimanda ad altro il significato di sé. Che valore ha nella tua opera il significato dell’Assenza, come dimensione strutturale della realtà. O meglio, quanto è importante per te esprimere ciò che è “taciuto”, oppure nascosto dietro le apparenze?

Se l’arte fosse solo un dire ciò che è stato già detto, magari in forma diversa, sarebbe poca cosa. Essa è una modalità per “svelare“ altre dimensioni della realtà, un mettere a nudo, uno squarciare. In tal senso l’assenza non è un non essere, ma ciò che deve ancora essere scoperto, palesato, rivelato. Siamo immersi nell’assenza e lo sforzo è quello di rendere visibile parti di quella, nella coscienza che non potremo mai coglierla a pieno. Questo è, a mio parere, il compito dell’arte.
Rispetto ai libri poi, questi sono frutto del caso, per aver un giorno incontrato una porticina di ghisa dei contatori dell’acqua, abbandonata lungo una strada del mio paese natio. Poi altri stimoli sono venuti dall’iscrizione ad un gruppo di FaceBook. Ho cominciato a vedere cose stupende e mi sono ricordato di alcuni disegni (frottage) che avevo fatto nella seconda metà degli anni ’90. Periferie nasce da lì. Il resto è parte della ricerca che vado facendo in questo tempo. La differenza con i quadri sta nelle dimensioni e nella possibilità che il libro ha di essere “sfogliato”, anche se ultimamente ho realizzato un quadro che si sfoglia, un libro-quadro. Per il resto, leggiamo un libro come leggiamo un quadro. La variazione sta nel modo con cui si aprono le pagine, la loro composizione, che ancora una volta è basata sulla geometria e sulla matematica, in particolare Pitagora e la sezione aurea.



Trovo molto interessante la serie “Le stanze dell’anima”. Le stanze sono le parti di una casa, ed ognuna ha di solito una funzione. Se ogni anima è una dimensione assolutamente individuale, il porre parti ad una tale dimensione è un tendere all’infinitezza della stessa?

Le stanze nascono da una particolare condizione emotiva nella quale vivo tuttora, anche incentivata da quei brevi dialoghi avuti con te. Nella casa, come dici, le stanze hanno di norma una funzione, ma detta funzione dipende dall’arredamento perciò la stessa stanza può mutare funzione solo cambiando i mobili. Questo dà alla stanza una dimensione che tende all’infinito. Nell’anima l’arredo è dato dagli incontri, sia con le persone che con le cose. Come dicevo prima, ogni nuovo incontro rinnova, modifica le stanze, amplia in un gioco che tende all’infinito.


La matematica e le sue dimostrazioni attraverso i teoremi sono manifestazioni esatte. E “teorema” dal greco significa: ciò che si guarda, su cui si specula. Ma ciò che si guarda e si specula è al fine interpretare cioè doxa, opinare. Forse la matematica che emerge dai tuoi lavori rimanda a quelle prime forme di filosofia dove la matematica appunto era una chiave di lettura per conoscere e in quel caso conoscenza esatta?


In un certo senso sì, rimanda a quella matematica, ma non si può dimenticare cosa produsse nei pitagorici la scoperta della radice di due. E che dire di quell’ 1,6180, chiamato poi sezione aurea, presente per gli ellenici in ogni classe di fenomeni naturali? Si può affermare che la classicità è una sintesi tra l’ordine e distanza dall’ordine.
 Inoltre Aristarco formula la prima visione eliocentrica. Ma la visione geocentrica aristotelica e tolemaica durerà fino a Copernico, Keplero e Galileo. Circa poi l’esattezza delle dimostrazioni non può essere dimenticata la scoperta delle geometrie non euclidee nate dal postulato delle parallele e come queste abbiano cambiato il metodo assiomatico. Ne vanno dimenticati i teoremi dell’incompletezza di Gödel per il quale proposizioni vere per contenuto non possono essere dimostrate partendo dagli assiomi.

L’opera “Periferie” raccoglie disegni e dipinti associati a versi, il tutto nella forma del libro d’artista, in un assieme espressivo tendente a cogliere un significato pieno e completo. Forse il vero significato del “Tutto” passa attraverso la comprensione delle “Periferie” come aggregati di significati che sostanziano la centralità del “principio primo” espressivo?

“La verità sta sul limite” è il titolo di un libro sul calcolo infinitesimale e l’infinito è appunto il cognome con il quale era noto alle origini questo strumento.
 La verità sta ai bordi, nelle periferie, sugli orli del caos.


Se muoversi alla definizione di ciò che è mancante alla realtà apparente, è dimensione dialettica, ma soprattutto visione dinamica, come concili l’arte come espressione contingente con la ricerca di ciò che è opposto ad ogni manifestazione apparente? Hai sempre necessità di “sintesi”?

Se l’arte è solo espressione del contingente è solo cronaca. Pur nella espressione occasionale, l’arte deve poter manifestare una possibilità futuribile, e d’altro canto ogni momento presente è già in sé futuro.

Se si è per ciò che si fa (sono ciò che faccio), il fare è agire, creare, porsi in sempre nuove dimensioni di sé, poiesis dal greco, quindi è un tendere verso nuovi orizzonti. Fare arte materica è sperimentare. Forse però necessita creare prima una dimensione d’arte nuova, ossia non solo nuove fonti ispirative, quanto la struttura stessa di nuove arti?


Penso che non sia necessario definire una dimensione nuova, questa va creandosi parallelamente al fare, anzi è proprio facendo che nascono le novità. Creare in primis la dimensione significa muoversi all’interno di quella per poi cercarne un’altra nella quale operare e poi un’altra… e così via . No, non credo sia così, il nuovo sta all’interno…solo non bisogna crearsi preclusioni. E’ un’evoluzione continua che si muove da dentro.

Riguardo al concetto di “caos”, vedo non una significazione “negativa”, quanto una dimensione da percorrere e scoprire, alla ricerca di “principio primo” a cui il “caos” stesso viene ricondotto o meglio sarebbe dire la non comprensione esatta della struttura che lo determina. Ma percorrere e scoprire nel caos necessita una struttura logica a priori che la mente deve avere. Immagino che in questo percorso attraverso “il disordine apparente” tu abbia dovuto dislocarti dai consueti canoni di fare arte e pensarla?

Il caos è intorno a noi, è in noi. L’unica struttura è non avere una struttura, voglio dire che occorre sentirsi, sapersi nel caos, che questa è la condizione reale nella quale ci muoviamo. E’ più un problema di accettazione di una condizione che di definire una struttura logica a priori. Direi “una disposizione 
rispetto al percorso. Si, mi sono dislocato, nel senso che non ho un luogo privilegiato, ho abbracciato la frase picassiana “io non cerco… trovo”. Detto altrimenti, non sono io che mi muovo verso l’arte ma è questa che viene a me. Ogni opera conclusa è al contempo risposta a problematiche ed apertura di nuove questioni da affrontare…un altro quadro.


“Cambio di prospettiva” definisci questi nuovi orizzonti dell’arte. Forse nella tua arte questi nuovi orizzonti e nuove forme espressive hanno preso i sentieri di quel microcosmo che conduce nelle profondità più remore dell’IO?

Direi di si anche se il cambio di cui parlo è prima di tutto un cambio di relazione tra l’osservatore e l’oggetto osservato. Le scienze hanno fatto passi giganteschi in questi ultimi tempi più nella direzione micro… pensa ai cosidetti mattoni dell’universo. 
Ma il micro s’è aperto anche nell’osservazione scientifica delle galassie più lontane nel tentativo di scoprire com’era l’universo e quali immagini possiamo avere di quello stato iniziale. E qui le scale temporali sono spaventose,ci sono voluti 400.000 anni prima che la temperatura scendesse a 3000 gradi. Poi, dopo un periodo scuro si sono cominciate a formare le stelle e le prime galassie. E quando si passa dalle nostre scale temporali (la durata media della nostra vita ) a quelle, le gambe tremano e possiamo capire cosa siamo in realtà. E questo conduce a quelle profondità dell’io che menzioni.


Se ci inoltriamo nei significati dell’”assenza”, scivolando nel microcosmo emozionale dell’Io, che cosa cogliamo, o l’arte vuol cogliere, in ciò che è “mancante”, ma che agisce nella superficie del soggetto?

Siamo stati educati a valutare solo i grandi eventi, ma la vita è fatta di microsecondi. Capisco che è difficile coglierli e che questo richiede una fatica immane, anche perché tutto ciò che ci circonda porta a valutazioni su scale appunto maggiori. 
Guardiamo un quadro e lo leggiamo nella sua interezza, dovremmo riflettere sui piccoli gesti, sulle minuziosità di cui è fatto. Anche se non potremo mai coglierli interamente. Forse quel “mancante “ sta proprio lì in quel respiro, in quell’attimo, in quel frammento infinitesimale che sfugge alla nostra percezione.

E’ vero che le stanze dall’anima mutano in base al relazionarsi e strutturarsi di nuove dimensioni esistenziali, ma è pur vero che essendo “stanze” accolgono. Forse l’arte è alla ricerca non di ciò che accolgono, quanto ciò che è mancante (assenza) in relazione proprio a ciò che contengono? 
Ecco il ricercare all’infinito di ciò che è oltre il limite?


Una stanza vuota è solo un pezzo di spazio senza significato. E’ ciò che sta dentro a definirne il valore e comunque bisogna imparare a fare posto a ciò che è mancante, magari buttando via qualcosa. La vita è movimento, se ci si ferma a ciò che già sta dentro si è morti. E questo movimento, questo “andare”, incontra necessariamente altre strade, altri luoghi, …altro…

Il libro d’artista, come scrivi giustamente tu, non è il quadro da guardare ed ammirare solamente in uno stato passivo, ma può essere sfogliato, quindi posto alla propria attenzione in molteplici sue manifestazioni. 
C’è attinenza e similitudine fra il libro d’artista e la tua poetica delle stanze dell’anima? Un libro d’artista ha molte “stanze” (pagine, capitoli)?

Direi proprio di si. Il quadro e il libro sono poi la stessa cosa solo espressa in varianti dimensionali. In fondo l’intera opera di un artista è un libro e ogni quadro è una pagina di quel libro, il libro di una vita.


Nelle tue opere percepisco una forma di analisi verso un aspetto particolare: l’Indefinito o Indeterminato, dando a questi due termini non una classificazione negativa ,ma propositiva. In fondo l’Indefinito contiene “l’assenza”, il divenire nell’alternarsi degli opposti, il caos, anche il concetto di Infinito, e anche, sembra paradossale la matematica, vedi i numeri infinitesimali, che rimandano ad un dato che deve definirsi e non si definisce. 
Come vivi la tua arte espressiva, cioè determinata nel tuo fare, attraverso questa dimensione poetica e concettuale dell’INDEFINITO?

Direi che l’indefinito è l’assenza e l’assenza è ciò che non e stato ancora definito. Ma anche nella definizione esiste l’assenza, nel senso che non potremo mai definire una volta per tutte, perché ogni cosa è suscettibile di ampliamento conoscitivo.
 Concepisco la vita come un fiume nelle cui acque si muovono pagliuzze, io sono una di quelle. Mi sento trascinato dalla corrente ed ogni tanto (spesso) tocco terra, trovo materiali,incontro persone, sento nuove sensazioni, nuove emozioni che si traducono in un libro o in un quadro, o in una stanza, in un atto e in quell’atto prendono vita, diventano visibili. Ma tutto sta in quel “tocco”. L’anima s’abbevera in quel toccare. Ed un piccolo pezzo di quell’indefinito s’apre, diventa luce, presenza attiva che mi spinge di nuovo verso la corrente. E’ in quella dimensione poetico-concettuale che tutto si attua, si fa. Fare una figurazione di quell’assenza, o meglio di una parte di quella, renderla visibile, dargli corpo, questo è il problema. Che sia in forma iconica o aniconica poco importa, ma ciò che è importante è che sia altro di sé. Ho imparato ad avere un rapporto serrato con me (me è diverso da io) un colloquio profondo, fitto, denso, a volte selvaggio; me non è qualcosa che si lascia prendere facilmente, sguscia via.
Ma in quel incontro sta il senso profondo del mio sentire la vita…

Marino Rossetti


Prefazione a cura del Dott.Valtero Curzi

Definire semplicemente come “artista” Marino Rossetti, significa non
coglierne appieno la dimensione creativa del suo lavoro. Perché unire
pittura e poesia, nella dimensione emozionale dell’arte, con la
scultura, ceramica e mosaico e libro d’artista, come espressione della
manualità, è avere un collegamento diretto fra “il pensato emozionale”
con la creatività del “fare contingente”. Ma questa collateralità
espressiva gli permette di entrare in ogni tematica con uno sguardo
che non si ferma al “al fare apparente”, alla produzione artistica,
ma vuole coglierne anche ciò che sottentra a quel che è dato come
opera. La riflessione filosofica, quindi, sta dietro ad ogni opera
proposta, e anche se il lavoro è arte prevalentemente manuale, quale
una ceramica o un mosaico o un libro d’artista, egli vi pone l’amore
per la conoscenza (filosofia) e attraverso questa attenta ricerca
ripercorre le sue tematiche per coglierne il valore olistico del
“principio primo” dell’esprimersi nell’arte, anche confrontandosi con
la materia, non vista come informe ma dimensione da “scoprire”. La sua
è arte di ricerca, nella consapevolezza che ogni limite è posto per
essere superato.

Pittore, scultore, ceramista, mosaicista, poeta, MARINO ROSSETTI è nato a Sulmona (AQ) il 14 Settembre 1944. Ha studiato presso il locale Istituto Statale d’Arte , conseguendo il Diploma di Maestro D’Arte. Docente di Discipline pittoriche, ha insegnato Disegno dal vero, Progettazione e Disegno Professionale di Decorazione pittorica presso L’Istituto Statale D’Arte di Roma 1° Via Argoli, 45 Roma. Attualmente insegna disegno, pittura e mosaico nei corsi di Educazione permanente gestiti dall’Ass. Cult. FO.RI.FO presso la SMS Via Mar Rosso, Ostia. Risiede in Via Giuseppe Botti, 65 Roma 00119.

E-mail: marino_rossetti@hotmail.it

Hanno scritto: Alessandro Masi, Susanna Busnelli, Guglielmo Gigliotti, Tonino Colloca, Aldo Masciangioli, Mario Di Cara, Livia Compagnoni, Mariangela Rinaldi, Sabino D’Acunto, Fausto Tavella, Cinzia Santese.

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