** Intervista All’Artista ** Sara Zanocchio – Dicembre 2012

Intervista all’Artista
a cura del Dott.Valtero Curzi Filosofo

Nel tuo fare arte guardi in molteplici forme espressive. Brevemente un tuo giudizio artistico su Sara Zanocchio Artista.

Il giudizio lo lascio agli altri o a Dio, loro sono molto più esperti di me in queste cose. Ma se diventassi simile a Dio (ci sto lavorando con calma, non ho fretta), direi che Sara è ancora allo stadio embrionale, nella fase in cui si sviluppano parti di sé senza averne ancora piena coscienza.

Coniugare, nella propria arte, la pittura con arti compositive ed altro, mette in evidenza una spiccata capacità creativa a voler cogliere una dimensione olistica e non solo di parte. Cosa è per te voler guardare sempre al tutto delle cose?

La vita mi ha insegnato che è importante conoscere le cose, per conoscerle bisogna farne esperienza, ma ancor prima di tutto devo conoscere me stessa. Mi basta un solo punto d’osservazione? Direi di no.

La realtà si manifesta attraverso un suo nascondimento e successivo svelamento. Tu vuoi cogliere questa antinomia delle cose per cercare di svelarle per l’osservatore?

Beh prima di tutto vorrei svelarle a me stessa, se poi ci riuscissi anche con l’osservatore inizierei allora a giudicare ;).

Il tuo esprimerti si affida in molteplici espressioni al “simbolismo”, come a ciò che rimanda ad altro il suo significato. Hai una visione simbolica della vita e quindi del tuo esprimerla in arte?

Non penso di avere una visione simbolica della vita, direi piuttosto che ho un metodo espressivo simbolico. Questo perché è una sorta di traduzione di ciò che vedo e provo ad esprimerlo nel linguaggio più semplice e consono a me. In realtà attraverso figure simboliche e apparentemente semplici ricerco più strati interpretativi.

In una tua presentazione leggo “ Pochi colori, poche linee, il più semplice possibile.”. Quindi il –segno- per te basta per rappresentare l’idea espressiva. Il tuo simbolismo, che è forma inconscia, allora necessita del minimo del segno per rimandare all’idea espressiva?

Mi piace dare pochi confini, fornire pochi particolari, in modo da non imprigionare visivamente il significato dell’opera e permettere di vivere la stessa attraverso più emozioni.

Le tue opere, alcune, sono composizioni, arte visiva. E’ importante per te coniugare l’espressività artistica con l’immagine reale?

E’ importante sì, la mia arte si basa in buona parte sul mio vissuto e l’elaborazione dello stesso, esperienze che possono essere di molti e non solo mie. Quando inserisco elementi “reali” nei miei lavori è per renderli veri, “fisici”, esattamente come quando vivo un’emozione, astratta per definizione, e voglio analizzarla, comprenderla, afferrarla, osservarla per arrivare infine a toccarla, così da poterne avere fisicamente il controllo.

In quale corrente artistica, se vi può rientrare, collochi la tua arte?

Ho sbirciato la domanda dopo…concettuale?

Che collegamento trovi, se c’è, con il concettualismo e l’arte concettuale, come forma d’arte prevalente in questo ultimo mezzo secolo?

Mi chieda come si sopravvive ad un trauma, ad una violenza psicologia o fisica, ad una delusione amorosa, cosa fare per tentare di essere felici, come superare i propri limiti, come tentare di gestire al meglio se stessi in relazione agli altri allora le potrò dare una risposta con cognizione di causa.
La mia materia preferita è la vita, in filosofia e storia dell’arte non sono mai stata brava a scuola.

Le emozioni sono parte del tuo messaggio artistico. Come le interpreti nella tua arte, essendo esse non descrivibili, ma solamente –sentite-. Interpreti quel “taciuto” che è il non esprimibile? Nella tua biografia fai cenno in vari passaggi proprio alle emozioni e quindi alla emozionalità. La tua è arte di pura emozionalità?

No, anzi definirei la mia arte piuttosto “stitica emotivamente”, non mi interessa interpretare l’emozione, rappresentarla in quanto tale, mi interessa scomporla, sezionarla, ironizzarla, osservarne le cause, gli effetti, i comportamenti che ne scaturiscono e il suo potere, per poi tentare nuove composizioni, nuovi incastri, nuove strade per viverla.

C’è nella tua arte una ricerca emozionale sulla donna e sul suo definirsi nel rapporto di coppia. L’emozione è donna per te?

La donna è anche emozione perché no, di certo, tra uomo e donna, il primo è il più razionale dei due, ma anche egli stesso è emozione. Certo non invidio gli uomini, ci vuole una mappa per navigare nel mare emotivo delle donne, e il rischio di naufragio è sempre dietro l’angolo!
Essendo io donna è più naturale che la ricerca emozionale sia prima di tutto femminile; noi impariamo a conoscerci, a sapere chi siamo e scegliamo chi vogliamo essere solo nel momento in cui ci relazioniamo con gli altri.

Una tua affermazione mi ha colpito sul tuo profilo di facebook riguardo alla vita e alla morte e al rapporto che hai con queste due tematiche. Hai il senso del Divino in te?

Io e Dio abbiamo un ottimo rapporto, o meglio: lui ha un ottimo rapporto con me e io ogni tanto mi arrabbio, ma lui lo sa che è perché a volte sono un po’ femmina. Alla fin fine è il mio amico immaginario preferito, lo rispetto molto e ammetto di esserne in parte anche innamorata. Poi ti svelerò un segreto… lui è in debito con me. Eh si! Io questo ragionamento gliel’ho fatto e gli ho proprio detto che, visto che ho sputato sangue nella prima parte della mia vita, ora lui è in debito con me ed è meglio che si dia da fare per sdebitarsi perché, se io fossi in lui, non vorrei avere debiti con un commerciale di sangue ebreo. Poi ovviamente lui è libero di fare ciò che ritiene meglio, in fondo il libero arbitrio è una grande fregatura.

La tua arte risente di quel dualismo vita–morte?

Sono due temi che sento molto vicini in quanto sono una grandissima fan della vita e di conseguenza sento molto anche il suo gemello. E’ un tema che mi commuove l’anima. Quindi immagino che la mia arte ne risenta si, ma in che modo….dovrebbe dirmelo lei 😀

Nella tua biografia dici, alla fine, che ti senti realizzata nella tua vita lavorativa. La tua arte si è commercializzata o è rimasta nella intatta purezza espressiva?

Io sono fortunata: ho un lavoro che mi piace molto, lavoro in un bell’ambiente e con bella gente.
Il fatto che di mestiere non faccio l’artista mi lascia completamente libera di esprimermi come voglio senza finalizzarlo ad una commercializzazione, senza avere l’ansia di arrivare, di fare etc. quindi mi lascia la possibilità di essere me stessa. Oh, poi quando riesco a vendere i miei quadri mica mi fa schifo eh!

Colgo in molte tue opere un sottile ( poi nemmeno tanto sottile) “innamoramento” verso la solitudine anche artistica. Come vedi il tuo mondo, “affollato” o “solitario”, nell’ottica della tua poetica artistica naturalmente?

Faccio una piccola premessa: durante la vita di molti uomini e donne la solitudine fa il suo ingresso, essi la percepiscono, la vivono, la soffrono, la cavalcano, ma pochi vedono davvero la grigia signora. Di solito quelli che riescono a riconoscerla (o sono avvantaggiati in questo) sono persone che hanno subito traumi, reclusioni, tragedie e nel momento più duro non vi è stata la possibilità di aggrapparsi mentalmente a niente, non un amico, non un parente, non un amore, non un avere, non un’idea; e allora è in quel momento che la loro mente può fare riferimento solo a una cosa: loro stessi. E’ in quel preciso istante che si ha l’assoluta percezione, comprensione, nonché l’obbligo di guardare se stessi, la propria essenza. E io credo che non ci sia niente di più difficile che percepirsi davvero in relazione al nulla.
A questo punto spesso la mente innesca vari meccanismi di autodifesa: c’è chi crea un alter ego, c’è chi perde la memoria, c’è chi impazzisce o chi vivrà intrappolato in quel momento per sempre, e così via… In ogni caso saranno sempre e comunque dei sopravvissuti chi più o chi meno consapevole.

Sara Zanocchio

Autobiografia 17 luglio 2011

Sono nata il 20 aprile 1978 a Milano. Mia madre è di origini caraibiche. I miei nonni materni, ebrei di origine polacca, riuscirono a sopravvivere alle persecuzioni naziste fuggendo a Barbados. Mio padre è milanese, figlio a sua volta di padre piemontese e madre di origini siciliane.
Quando avevo otto anni i miei genitori si separarono. Fu una separazione violenta, psicologicamente pesante per tutti. Gli anni a seguire furono anche peggiori: litigi, guerre, ricatti; il tutto contribuì a temprare il mio carattere.
Gli unici modi in cui riuscivo ad evadere dalle crude vicissitudini dell’infanzia erano disegnare, suonare il pianoforte ed ascoltare musica classica per ore. Le relazioni tra uomo e donna, le emozioni umane e la contemplazione della donna, avendomi sempre causato grandi sofferenze ma anche interesse, divennero i miei principali oggetti di studio, quasi fino all’ossessione. Uno studio che ne analizzava ogni sfaccettatura con diverse tecniche, non solo pittoriche, e attraverso molte letture.
Mi diplomai, in ritardo, presso un liceo scientifico, corso di studi che mi venne imposto. Ai tempi, il mio più grande sogno era quello di allevare cavalli da corsa. Una passione di famiglia, che mi è stata trasmessa dal nonno paterno. Dopo aver terminato con molta fatica il liceo, iniziai ad andare all’ippodromo di San Siro tutte le mattine, montando cavalli da corsa. Il pomeriggio frequentavo l’Istituto Europeo di Design, in modo da lasciarmi aperte più strade per il futuro. Tale impostazione del lavoro, principalmente commerciale, da esecutore su commissione, mi portò a mal sopportare l’ultimo anno di corso, e ad allontanarmi momentaneamente dalla pittura.
In quegli anni, non potendo fare vita sociale a causa del poco tempo, persi molte delle persone che era abituata a frequentare, e mi rimasero vicini solo pochi amici. L’ippica era davvero spossante, e mi insegnò molte cose: il non arrendersi mai alla prima difficoltà, il conoscere, accettare e provare a superare i propri limiti, l’imparare ad adattarsi ad un mondo con una cultura, un credo e abitudini molto diverse dalla società che la circondava. Presi la patente come Gentleman e iniziai a gareggiare con i cavalli. Ottenni in seguito il diploma di illustratrice. Giunto il momento di decidere per il mio futuro, il mondo dell’ippica o quello comune, non ebbi scelta. L’ippica, contro la mia volontà, mi venne preclusa, e ciò fu causa di grande sofferenza. Iniziai quindi a lavorare come illustratrice, ma fui costretta, per motivi familiari, ad abbandonare tutto prima di diventare autosufficiente.
Trovai quindi un posto come segretaria presso una redazione. Avevo 24 anni. Per tre anni lavorai nello stesso posto, diventando coordinatrice editoriale. Successivamente, tra le stesse persone della redazione, una, il mio attuale capo, mi offrì un lavoro come segretaria commerciale per una motore di ricerca per gli articoli della casa su internet. Ora, dopo 4 anni, sono la responsabile commerciale della squadra agenti sul territorio nazionale.
Nonostante tutte le mie vicissitudini, ho sempre coltivato la mia passione per la pittura ed ora, giunta a 33 anni, con una casa mia, un lavoro stabile, ho finalmente trovato la tranquillità e l’indipendenza per dedicarmi all’arte e all’amore per la vita, preferibilmente facendomi deliziare dalle note di Beethoven e sorseggiando un ottimo bicchiere di Barolo.

www.sarazanocchio.com

La contemplazione e l’osservazione della donna nelle sue molteplici sfaccettature, la psicologia delle relazioni tra uomo e donna, le emozioni umane contrastanti sono oggetto di continuo studio e analisi per Sara. Il bisogno che sente di sviscerare l’argomento in modo minuzioso, ossessivo, pulito, essenziale, è dato dal fatto che cerca continuamente di avere sotto controllo ciò che crea. Pochi colori, poche linee, il più semplice possibile. Cerca una strada, cerca una risposta, cerca delle leggi. Vuole poter dare una spiegazione a ciò che analizza e creare delle simbologie che possano essere dei punti fermi, delle regole. Racconta ciò che è dentro di sé e che vede intorno a sé, ma non basta, deve potergli dare una definizione, cercare a tutti i costi le motivazioni logiche che ci spingono a determinate scelte. Motivazioni che spesso non sono visibili all’occhio umano, ed ecco perché la sua ricerca, così come trasposta nei quadri, si svolge a trecentosessanta gradi. Alice Randone

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