** Intervista All’Artista ** Samanta Lai – Maggio 2012

Intervista all’Artista
a cura del Dott.Valtero Curzi Filosofo

In che rapporto poni la filosofia, in cui sei laureata, con l’arte, la tua arte?

Il mio è un rapporto speciale. Son del parere che riuscire a conciliare entrambe in un unico nucleo permetta all’essere di manifestare il pensiero in totale pienezza e libertà. La filosofia, intesa come confutazione del mero sapere, offre innumerevoli possibilità di lettura, sia per l’artista che per l’osservatore.
La filosofia è la chiave di volta della mia arte.

La tua arte è pura ricerca, come la filosofia, oppure descrivi una dimensione della realtà che senti e che vuoi evidenziare con le tue opere?


Tutto il mio operato si radica nella ricerca…quella pura. 
E’ un percorso complicato se penso che per raggiungere la soddisfazione esecutiva, ciò di cui ho bisogno è tornare bambina.
 La mia ricerca ha come obiettivo il riuscire a provare stupore, quello che spesso in età matura (forse perchè troppo disillusi) viene a mancare.

Che valore e significato ha “lo sguardo” nella tua arte. E’ “ricerca”, come strumento di analisi e riflessione, oppure semplice dimensione oggettiva di presa d’atto della realtà?

Lo sguardo è fonte di analisi, è strumento, è potenza interpretativa attraverso il quale riusciamo a dare un senso alla comune dimensione oggettiva. Senza di esso non ci sarebbe data la possibilità di “conoscere l’alterità, l’altro da se”… dovremmo ricordare però la differenza che intercorre tra “guardare” ed “osservare” ed in questa prediligere il secondo.


Puoi definire il tuo fare arte? E come la categorizzi, se si può categorizzare?



Non amo categorizzare in genere, la “categoria” spesso sminuisce il valore delle cose…amo pensare piuttosto che la “mia matrice esecutiva” costituisca un tassello di quel grande puzzle chiamato “Arte”.

Molte tue opere sono su un pannello di policarbonato trasparente o quasi. Forse, vuoi rappresentare la realtà senza che sia contaminata dallo spazio in cui la poni e preservare così il “particolare” percepito? O hai necessità che ciò che rappresenti conservi la tua “esatta impressione” di quanto da te percepito?


L’esecuzione sulle lastre di policarbonato è fruto di una ricerca iniziata circa tre anni fa. 
La sperimentazione mi ha portata a prediligere questo materiale e spesso il gioco generato fra trasparenze e campiture piene. Ciò che rappresento proviene dalla realtà che, seppur conosciuta nelle sue forme più basiche, trattiene un’incognita del tutto impalpabile che amo “riprodurre nella trasparenza”…i colori non suppliscono il “tutto”, spesso non ci accorgiamo di quanto sfugga alla nostra “dialettica cromatica” che sovente distorce ed appesantisce il “tutto” di un carico innaturale. Il “non osare”…si, credo sia la volontà di mantenere inalterata la purezza del soggetto decontaminandolo dal superfluo.

Io colgo nelle tue opere la ricerca del “particolare” contrapposto all’Universale, come nei ritratti e altre opere specifiche. Dipingi la Unicità o il Genere?

E’ vero, il particolare mi attrae, in quanto tale esso determina l’unicità. Ricerco la differenza perchè di fatto, concependo l’uguaglianza come stato fondamentale del genere, so che solamente la rarità (concettuale e/o di forma) è in grado (ricollegandomi alla tua seconda domanda) di generare in me stupore.




La tua arte racconta una dimensione del reale cogliendone un attimo, fissi l’attimo, come volessi rapirlo dall’ oblio del divenire, come definissi istantanee. La tua realtà è così immobile?

Tutt’altro, la mia realtà è pari a quella di ciascuno di noi. Viviamo in un’epoca dove tutto è posto alla mercè di frenesia e caos. Il quotidiano è pregno di “tempi accelerati” che ci inducono a vivere sempre col fiato corto, io nell’arte semplicemente “respiro”.
 E’ una dimensione a se stante dove, per fortuna, posso salvaguardare l’attimo, quell’attimo che auspico possa far respirare anche coloro che semplicemente osservano il mio lavoro.

Nelle tue opere noto un Realismo filtrato da una interpretazione artistica che ne fa una immagine deformata. Vedi la realtà come nel mito della caverna di Platone? E se la tua immagine artistica uscisse da quella caverna e si liberasse dalle catene come immaginerebbe la realtà veduta?

Dando per scontato che la maggior parte di noi conosca il “mito della caverna”, a questa domanda non basterebbero pagine e pagine di spiegazioni. Concordo con l’idea che nella mia espressività vi si legga una sorta di “realismo filtrato”, anche se solitamente prediligo affiancarmi al termine “allegoria”. 
La mia visione artistica spesso inganna, sembra si limiti nel linguaggio, nei contenuti (in realtà dietro vi è un mondo…un mondo complicato che esiste, vive e pulsa) di fatto essa è pura catarsi perchè nel “riportarla” mi son dovuta precedentemente liberare da quelle catene che tanto limitano la percezione. Son dovuta uscire da quella caverna che tutto adombra per cogliere l’essenza vera delle cose per stupirmi osservando la differenza. 
E poco importa, se nella caverna poi ci debba ritornare, credo sia una tappa obbligata, quella di chi apprende con coscienza la meraviglia delle cose consapevole che il viaggio potrà ripetersi ancora e con lui anche lo stupore.

Come la meraviglia per “l’osservato” ed il “sentito” ha generato la filosofia, pensi che sia così anche per l’arte, di dover esprimere quella stessa meraviglia? Quindi fare arte è Ricercare?

Fare della meraviglia un concetto assoluto per l’arte, credo sia presuntuoso o quantomeno inappropriato. Generalizzare e/o particolarizzare l’origine dell’arte, significherebbe in un certo qual modo sminuirne il valore. Personalmente, se penso alle motivazioni che incidono sul mio agire, direi di si, l’arte è ricerca. Ricerca di quella meraviglia che tanto mi è cara e non meno necessaria ma, ripeto, far di una condizione del tutto personale una “dichiarazione universale” non credo possa definirsi idea geniale; non fosse solo per il fatto che come in filosofia, nonostante ci siano dati “osservato e sentito” come cause legitime e conosciute di un’agire futuro manifesto e del tutto confutabile, così per l’arte “ricerca e meraviglia” non potranno sempre giustificarne la natura.


Riguardo allo “sguardo”, pensi anche tu, come Sartre, che noi siamo come gli altri ci vedono, quindi ci identifichiamo in quell’immagine creata dagli altri, perdendo la nostra stessa originaria identità? E’ così anche per l’artista, che crea anche fuori della propria essenza artistica?

Assolutamente no. Approvo la tesi di Sartre perchè generalmente l’essere comune tende all’abbandono di se (stesso) per giungere ad uno stato di autoconvincimento stereotipizzato proveniente dall’esterno che nulla gli appartiene. 
Si gratifica o deprime fissando se stesso allo specchio, ragionando con gli occhi di una società spesso malsana nelle intenzioni, è lo spirito di sopravvivenza del nuovo millennio, che nulla ha a che vedere con la teoria darwiniana. Questa è una sopravvivenza becera, dalla quale soprattutto l’artista dovrebbe saper prendere le distanze, fosse solo per il fatto che come tale, egli possiede un dono, parlare di se, attraverso i propri occhi.


Il tuo “riprodurre nella trasparenza” su policarbonato, mi convalida l’idea della ricerca del “principio primo” dell’emozione, che è causa del fare arte. Ma in questo “inabissarsi” nel proprio inconscio per trarre quel principio primo emozionale non rischi di “spaesarti” te stessa?

Se questo” inabissarsi” vuol dire conoscere più a fondo il mio inconscio…credo di no. Anzi, forse è l’unico modo per conoscere me stessa fino in fondo!


La ricerca del “particolare” o la valorizzazione dell’unicità mi rimanda alla Monade di Leibniz. Anche tu vedi il “tutto” nella parte, quindi rappresentando una singola “parte” vi esprimi il tutto?

La Monade di Leibniz non credo rispecchi al massimo il mio agire. 
Leibniz inoltra il proprio pensiero definendo la stessa come “sostanza semplice costitutiva di tutte le cose”, in realtà non sempre seguo quest’ordine di logica. Spesso il particolare che ricerco rappresenta l’aspetto che in un contesto molto più ampio è riuscito a catturare il mio pensiero. Se si parla di meraviglia…”la meraviglia” che ricerco spesso in realtà è troppo “sottile” per esser compresa appieno, è “il particolare” che sovente la maggioranza non coglie o volutamente tralascia.


Quanto è importante per te la dimensione concettuale dell’opera? Quanto quel concetto rappresentato può sostenere l’opera da solo? Intendo: può esistere un’arte solamente concettuale?

Come per ogni cosa, chi siamo noi per negarne l’esistenza?! 
Un’arte solamente concettuale, perchè no?! 
Personalmente trovo sia un aspetto fondamentale nella realizzazione di un’opera ma, altrettanto, non lo reputo capace di supportare il tutto. 
Il concettualizzare significa, in primis, esser in grado di “dimostrare, esplicare, rappresentare” necessariamente, quindi, si presuppone esista alla base un principio di conoscenza tale che vada ben oltre la mera attenzione visiva. D’altro canto, affidarsi completamente ad esso può esser rischioso, soprattutto quando questo tende a sintetizzare “il troppo”, si potrebbe ricadere nel caos e finire per non esser compresi.


Esiste per te “arte filosofica” o “filosofia dell’arte”? O meglio: può l’arte fare a meno della filosofia e spiegarsi con il tecnicismo cromatico o espressivo oppure non c’è opera pittorica moderna che non abbia necessita di un “preliminare filosofico” per essere capita e compresa appieno?

Assolutamente si, o non esisterebbe la filosofia estetica. 
La conoscenza di un tecnicismo cromatico-espressivo abilita una conoscenza accademica, ma l’estetica è conoscenza totale, come amava definirla Baumgardten “L’estetica è la scienza della conoscenza sensibile”.



L’arte è produzione, dal greco “poièsis” cioè operazione umana che approda ad un prodotto; anche poesia. Fare arte è produrre quindi, ma necessariamente deve poi quantificarsi quel produrre in “monetizzazione”? e quanto questo processo può contaminarla e condizionarla.

Ho sempre pensato che l’arte fosse, in ogni sua forma, l’espressione più alta di libertà. Di conseguenza ho sempre cercato di gioire per essa nel modo più puro e non necessario. Purtroppo però (ed aggiungo inevitabilmente) il controvalore ha influenzato non poco. 
Ricordo una volta, quanto mi rattristò la confessione di un amico-collega che complimentandosi per il mio operato aggiunse: “Beata te, la tua arte piace per ciò che è, io devo abbassarmi alla tendenza di mercato.” 
In questo, evito considerazioni banali che tanto ricorderebbero un “corteo in piazza contro la fame del mondo”, soprattutto di questi tempi, ciò che mi auguro è semplicemente di non dover un giorno ripetere le stesse parole di quel mio amico.

Samanta Lai

Nasce nel ’77 a Cittadella (Pd) dove compie gli studi artistici.
Si diploma nel ’94 maestro d’arte, nel ’96 grafico pubblicitario all’ I.S.A.
“M. Fanoli”, nel 2004 consegue la laurea in filosofia alla Facoltà di Padova.
La passione per la pittura nasce sin dai banchi di scuola, i primi
riconoscimenti in ambito regionale coincidono con l’inizio degli anni ’90, per
protrarsi nel corso del tempo all’attenzione di un pubblico più esteso non solo
a livello nazionale.
Dal 2004 al 2009 ha ricoperto il ruolo di segretario-vice presidente nel
direttivo dell’Ass. LiberaMenteArte- Officina creativa.
Ha curato recensioni e vernici in occasione di personali e collettive per
numerosi colleghi quali Carolina Gragnoli, Laura Zanettin, Mathes, Paola
Volpato, Maria Teresa Squizzato, Maria Pia Settin, Elena Marinato, Grazia
Azzali, Claudio Gallo ed altri ancora.
Al suo attivo numerose le collettive e personali allestite sin dal ’97.
Attualmente ha opere appartenenti a collezioni pubbliche e/o private in
Italia, Francia, Spagna, Croazia e Mexico.

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