** Intervista All’Artista ** Seham Salem – Gennaio 2014

Intervista all’Artista
a cura del Dott.Valtero Curzi Filosofo

Domanda forse anche banale: chi è per te l’artista Seham Salem e come vedi la sua arte?

Come artista, non vivo d’arte ma vivo per l’arte che mi ha sempre accompagnato fin dalla tenera età e nella mia arte vedo me in quanto ne fa del mio essere.

Tu, Seham, sei di origine egiziana, una cultura diversa fondamentalmente da quella occidentale. Ed è evidente nelle tue opere questa diversità di veduta anche nella rappresentazione artistica. Ti chiedo: cosa della cultura e arte occidentale hai acquisito o ti ha influenzato nella tua poetica artistica?

Sono nata ad Alessandria D’Egitto dove ho trascorso la mia infanzia e nella quale ho amato l’arte in tutte le sue forme, avevo sette anni quando ho realizzato la mia prima scultura e tanti scarabocchi ma all’epoca bisognava studiare e non perdere tempo scarabocchiando. Ad un tratto del mio cammino ho sentito il bisogno di imparare le antiche tecniche pittoricche. Devo dire che sono un miscuglio di varie culture e mi considero cittadina del mondo e indubbiamente ho acquisito molto della cultura e dell’arte occidentale che mi ha ampliato gli orizzonti. In me si fondono le varie culture senza che nessuna prevalga sull’altra.

Fare arte è per me fare filosofia interpretativa. Nelle tue opere vedo e sento un rimando a qualcosa che è sempre oltre il rappresentato, un porgere all’osservatore, la rappresentazione di uno stato di nascondimento per poi svelarlo. La tua arte quasi vuole educare a guardare oltre l’apparenza materiale. Tu stessa poi vuoi conoscere ciò che poni a svelamento?

Tratto sempre tematiche e concetti ben precise. Da qualche anno lavoro in velatura per interpretare realtà a me conosciute, ogni mia opera è un racconto che va oltre l’apparenza materiale.

Ho parlato di nascondimento e svelamento, e nelle tue opere c’è un rimando a una dimensione metafisica di quanto non veduto o sentito, ma io vedo in te, e in molte tue opere anche un viaggio emozionale interiore, dove chiaramente il nascondimento è quella parte di noi che rimane in ombra, l’inconscio appunto. Quanta della tua arte coglie o vuol percorrere quei meandri dell’anima oscuri ed enigmatici in cui l’inconscio agisce?

Mi accade spesso di cominciare un opera con un soggetto ben preciso per poi trovarmi di fronte ad un qualcosa che non mi soddisfa, non so dire basta, cerco la perfezione sapendo benissimo che non esiste. Giro l’opera lasciandola come per riposare, poi a distanzia di tempo la rigiro, nel guardarla è come entrare in coma dentro la tela e riuscire con un qualcosa di non voluto, credo che l’inconscio agisce proprio durante la fase di velature che molto probabilmente è il viaggio emozionale dell’anima in quel momento.

Tu hai tutta una serie di opere con un chiaro rimando al ponte, e in una di esse io stesso ho fatto una nota critica con dei versi, Il Ponte Civita, dando un valore di significato molto particolare e profondo al concetto simbolico di Ponte. Che cosa vuol unire nella tua arte il ponte come simbolo di unione e viaggio?

Il ponte è uno sei soggetti che mi ha sempre affascinato, non conosco il motivo per il quale amo i ponti. Probabilmente vorrebbe unire le varie culture acquisite nel tempo, inteso anche come viaggio.

Nella tua arte quale tecnica e stile prediligi per rappresentare al meglio il soggetto che vuoi rappresentare e soprattutto ne prediligi una in particolare e per quale motivo. Tecnico o solo di validità espressiva?

Ho cominciato con l’arte figurativa dal tratteggio, crete, acquerelli per imparare a mischiare i colori passando poi ai colori ad olio che prediligo. I colori ad olio sono brillanti e mi soddisfano, normalmente lavoro con i pennelli, ogni tanto faccio un opera usando la spatola che per me è molto rilassante ed è l’emozione del momento.

La tua produzione artistica ha soggetti che poi si ripetono in una continuità che non è mai ripetitiva ma costituente un “discorso d’arte” specifico. Vuoi cogliere la moltitudine di significati che ogni emozione artistica contiene?

Vero, io non mi ripeto mai per il semplice motivo che in ogni opera lavoro fino alla noia, finché non mi sento appagata.

La tua arte si proietta anche in forme espressive contingenti, vedi l’abbigliamento che accoglie forme artistiche. Hai un concetto anche pragmatico di arte espressiva?

L’arte per me è comunicare, non solo opere statiche ma anche l’arte che cammina.

In molte tue opere è evidente una velatura ricercata e voluta, e dici “ogni mia opera è un racconto che va oltre l’apparenza materiale.”. Ricerchi forse nella rappresentazione del tuo mondo una dimensione “emozionale” che non può darsi alla semplice rappresentazione oggettiva? Posso azzardare una sintesi voluta fra impressionismo ed espressionismo?

Da qualche anno ho adottato questo sistema che io chiamo velatura in quanto non mi soddisfaceva più la raffigurazione come realtà, è stato importante per me questo passaggio sia per perdere precisione che per trovare nuove emozioni. Durante le velature entro in una dimensione emozionale e sento di vivere in un mondo che appartiene a me, impiego molto tempo a realizzare un opera in velatura che raggruppa un insieme di tanti momenti di emozioni senza dubbio espressionista.

Cerchi la perfezione, anche se non esiste, mi precisi, quando componi un’opera. Forse in quel tuo produrre dinamico e progressivo accogli le sensazioni ed emozioni che di volta in volta ti accadono definendo quindi l’opera in uno stato emotivo non di una sola idea progettuale ma il racconto di un tuo stato d’animo vissuto in un periodo lungo? Un tempo-emozione io lo chiamo.

Quando compongo un opera comincio con un soggetto e progressivamente lo sviluppo, accogliendone sensazioni ed emozioni. E’ proprio così il racconto di tempo – emozione.

La tua arte è molto simbolica, e il simbolo è ciò che rimanda ad altro il significato di sé. Il ponte ad esempio è simbolo di unione, del superamento del limite per una dimensione d’armonia e di collegamento. E’ anche conoscenza, perché permette di accedere. Io vedo nel tuo simbolismo del ponte l’essenza dell’artista Seham Salem, modo di unire, di collegare, la tua dimensione interna con l’alterità di te, la tua cultura orientale con quella occidentale, mente e corpo verso altro, ecco le velature, un modo insomma di coglierti totalmente e completamente in ciò che vivi e senti. In quel simbolico luogo che è il ponte, fra una parte e l’altra di ciò che unisce, tu forse stai in quel tempietto nel mezzo del ponte come nella tua opera il Ponte di Civita?

Amo i ponti senza sapere quale ne sia la ragione, ne ho realizzati tanti fin quando mi hanno soprannominato la “regina dei ponti”, allora smisi di farli perché non volevo essere marchiata come “quella dei ponti”. Però ogni tanto ne faccio uno. e’ più forte di me. Usando la spatola che mi rilassa specialmente dopo qualche opera in velatura. Il ponte certamente è un simbolo di unione e io sto proprio in quel tempietto nel bel mezzo del mio Ponte Civita forse per tenere un equilibrio tra la mia dimensione interna con quella alterità di me.

Per te dipingere, come prediligi, è usare la tecnica con l’espressività emozionale o l’espressione pura dell’emozionalità che si affida in parte alla tecnica. Sei più tecnica o più fortemente emozionale?

Per dipingere occorre talento, tecnica ed emozioni, sono tre elementi che si completano. Nelle mie prime opere usavo la tecnica con l’espressività emozionale, ora invece Sono più fortemente emozionale.

Un’opera la tratti fino alla noia, mi dici, finche non ti appaga. E’ perfezionismo tecnico o piuttosto è scrupolosa e meticolosa analisi dell’emozione oggetto dell’opera che non potendosi dare ed essere contenuta nella rappresentazione materiale la svisceri in ogni sua dimensione per meglio esprimerla?

Si, tratto un opera fino alla noia come se volessi raggiungere una perfezione dell’ emozione. Mi accade spesso di dire però “c’e’ stato un momento che aveva una luce migliore”,ecco è quel però che dovrei imparare a cogliere per dire basta. Proprio cosi, sviscero l’opera in ogni sua dimensione.

Tu hai dell’arte anche una dimensione pragmatica, perché tutto ciò che è espressioni dell’animo, è arte. Mi dici anche: non vivi di arte ma per l’arte. Esiste per te allora una forma d’arte che ancora può sottrarsi alla semplice commercializzazione?

Vivo per l’arte perché mi appassiona, faccio quel che a me piace per soddisfare un mio bisogno esprimendo le mie emozioni.

In molte tue opere recenti vi è una dimensione velata, e il colore non è parte determinante. Che rapporto ha la tua arte con la cromaticità?

La velatura nelle mie opere recenti non sono altro che amalgama dei colori già esistenti per rafforzare o diminuire la preponderanza di parti componenti l’opera.

Nella prima domanda ti ho chiesto chi era per te l’artista Seham Salem. Ti chiedo, dove guarda ora l’artista Seham Salem nel suo orizzonte artistico. Ha nuovi scenari d’arte ed espressioni artistiche in cui inoltrarsi, dato che è sempre e costantemente alla ricerca di nuove dimensioni d’arte?

Nella mia vita artistica fin qui vissuta, ho avuto diversi passaggi. Ciò lascia prevedere la possibilità di averne altri che al momento non so immaginare dato che mi affido principalmente alle emozioni.

Seham Salem

Seham Salem vive e lavora a Roma come traduttrice ed interprete ed ha sempre avuto la passione per l’arte. Decisa ad imparare le antiche tecniche pittoriche, si è iscritta all’UPTER ottenendo il diploma di merito negli studi del disegno pittorico , la figura e del nudo artistico. Ha frequentato il laboratorio del professore Luigi di Cinque migliorando così la tecnica nella pittura ad olio. E’ membro fondatore dell’associazione culturale DressingArt di Siena e vice presidente dell’associazione culturale Arcipelago Arte di Roma. Partecipa annualmente a mostre e rassegne d’arte a Siena, Certaldo, Casole d’Elsa, San Gusmè, San Sano, Sant’Ansano a Dofana e alle estemporanee. E’ stato premiato il suo quadro “Castello di Barbischio” nel marzo del 2006 a Sant’Ansano a Dofana con il tema “I castelli del Chianti” dove il quadro si trova attualmente. Dal 13 gennaio al 5 febbraio 2007 ha esposto assieme a Giuseppina Spinuzza e Graziella Bruni nei locali della Fortezza di Montalcino. 21 aprile – 19 maggio 2007 personale al palazzo pubblico di Casole d’Elsa. 5 ottobre – 7 ottobre 2007 al Palazzo dei Congressi a Roma. 23 dicembre – collettiva a Siena 29 marzo – 10 aprile 2008 personale al palazzo pubblico di Casole d’Elsa. 25 maggio – 30 maggio 2008 collettiva al castello di Porta S.Paolo Roma. Partecipa inoltre a tutte le manifestazione artistiche della DressigArt– Numerose collettive fino all’ultima 6-20 aprile 2013 a Roma. Ha partecipato inoltre alla ForlìFiera XI edizione Vernice Art Fair 22-23-24 marzo 2013. Maggio 2013 il suo quadro ‘Urlo’ viene premiato nel corso del Festival delle Arti ‘Il Bordone di Acquapendente. 15 settembre 2013 ottiene il premio Elite New Arte Internazionale al termine della partecipazione alla v° Biennale Arte e Letteratura “Città di Senigallia” con le opere “Diario e Deja vu”. Dal 7 settembre al 6 dicembre 2013 partecipa a Roma Galleria Saman “artisti in permanenza”. Dal 28 settembre 2013 al 6 gennaio 2014 partecipa al evento artistico internazionale promosso dalla Fondazione Campana dei Caduti a Rovereto e dal Consiglio d’Europa per l’anno Europeo dei Diritti Umani con l’opera selezionata dalla Human Rights “Terza Dimensione”.

La Terza dimensione è l’ignoto, è Armonia, come ricerca nell’orizzonte dell’Ignoto. Le altre due dimensioni sono La Ragione e Il Sentimento. La terza dimensione è il viaggio dell’anima nell’ignoto del sentire e presa d’atto e in quel viaggio senza un approdo l’anima costruisce sé. Perché se esce dal suo stato definito e significato essa si muove, e-movere, si emoziona, cioè sente, sentimento, ma muovendo nell’emozionalità del sentire definisce e determina il suo stesso viaggio. La terza dimensione, allora, nell’ignoto, è quel viaggio che conduce l’anima entro se stessa, nei suoi più profondi meandri e confini. Ma non è possibile arrivarci e toccarli quei confini perché l’anima, se pur è impalpabile, è dimensione creativa e si espande tanto da essere sempre e costantemente maggiore della possibilità di contenerla. L’ignoto, come terza dimensione, non è dato da un luogo, o orizzonte esterno, ma dall’incapacità dell’Anima stessa a cogliersi e potersi contenere e anche determinare. L’ignoto della terza dimensione è l’avvitamento costante e progressivo del viaggio dell’anima in se stessa, volendosi cogliere. L’opera di Seham Salem è la sintesi armoniosa delle precedenti opere Diario e Dejà vu e con esse definisce una trialità interpretativa dell’Atto esistenziale. Se nel Diario la coscienza esistenziale, l’Io, si determina nel suo stesso definirsi fra ricordi e memoria, il Dejà vu, il “già visto”, è il sentire nella determinazione del ricordo e memoria l’escluso nell’esistenza stessa. Il Dejà vu è la ricerca del “possibile” rimasto ai margini ed escluso dall’essere stato e determinato dall’esistenza. La ricerca di quella “possibile identità possibile” muove, cioè determina lo stato emozionale, a ricercarla in quel viaggio verso l’ignoto della possibilità possibile. La Terza Dimensione definita nell’opera di Seham Salem, è il viaggio dell’anima entro di sé alla ricerca della sua più profonda e originaria Essenza.
Dott. Valtero Curzi

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