1° Biennale Internazionale del Libro d’Artista – ANALISI CRITICHE DELLE OPERE – Treviso 1/17 Ottobre 2011

(Articolo del Dott. Valtero Curzi Filosofo)

1°Biennale Internazionale del Libro d’Artista Treviso-Padova, Regione Veneto,                    01/17 Ottobre 2011 Chiesa S.Antonio P.zza La Rotonda Badoere di Morgano (TV)                                 ANALISI CRITICHE DELLE OPERE

DOTT.  Valtero Curzi

Artisti

1.Alfonso Caccavale- Afragola (NA) Italy

  • 2.Angela Marchionni ed.Beatrix V.T. – Loano (Bo) Italy
  • 3.Anna Boschi – Castel S.Pietro Terme BO (Italy)
  • 4.Anna Maria Scocozza – Roma (Italia)
  • 5.Arlene Havrot Landry – Montreal (Canada)
  • 6.Benedetta Jandolo (Italia)
  • 7.Cinzia Mastropaolo – Roma (Italia)
  • 8.Cristina Bonavera Mellini – Genova (Italia)
  • 9.Cristina Corradi _Genova (Italy)
  • 10.Diana Vallini – Legnago VR (Italia)
  • 11.Fatima Hameurlaine- Algeria
  • 12.Fiorina Edizioni di Giovanni Fassio,Varzi (Pavia )Italia
  • 13.Francesco Mestria – Ferrandina MT (Italia)
  • 14.Gabi Minedi & Patrizio Maria _Roma Italy
  • 15.Giovanni Fassio – Varzi PV (Italia)
  • 16.Gralha Azul Gruppo – Porto Alegre (Brasil) coordinatrice : Mara Caruso
  • 17.Helena Gath _Francia
  • 18.Jeanete Ecker Kohler – Porto Alegre (Brasil)
  • 19.Joel Giustozzi _Civitanova Marche (MC) Italy
  • 20.Jongo Park – Seul ( Sud Corea)
  • 21.Katia Dal Zilio _Quinto di Treviso Italy
  • 22.Laura Spedicato (Italia)
  • 23.libro di gruppo coordinatrice LIVIA COMPAGNONI, ROMA – LIDO DI OSTIA (Roma) Artisti Partecipanti = VANIA BENINI MARINO ROSSETTI EGIDIO MANNA ZLATA GRGUREVIC VINCENZA SPIRIDIONE ARMANDO PELLICCIONI
  • 24.Lucio Pintaldi – Noto SR (Italia)
  • 25.Manuela Candini – Castel S. Pietro Terme BO (Italia)
  • 26.Mara Caruso – Porto Alegre (Brasil)
  • 27.Marinella Imbalzano – RC (Italia)
  • 28.Mario Lagos- Santiago (Chile)
  • 29.Martina Dorascenzi Castiglione Del Lago (PG) Italy
  • 30.Nicola Soriani Genova (Italia)
  • 31.Paola Babini – Ravenna (Italia)
  • 32.Roberto Antico – Piove di Sacco PD (Italia)
  • 33.Rolando Zucchini – Foligno PG (Italia)
  • 34.Rovena Bocci _ Foligno (PG) Italy
  • 35.Emilio D’Elia _Parigi (Francia)
  • 36.Elena Picchiolutto – Venezia (Italia
  • 37.Sandro Bonforti – Roma (Italia)
  • 38.Stacy Gibboni _Venezia
  • 39.Susi Norfini – Livorno (Italia)
  • 40.Valentina Majer – (Italia)

Alfonso Caccavalle– On the road ( sulla strada)-

Immagini  nella dimensione di viaggio, fra attesa- desiderio e riflessione sulla meta da raggiungere. Pensieri colti, attraverso immagini, di un “mutare” interiore, nella prospettiva della variazione del paesaggio. Il libro d’artista, o documento, come testimonianza della riflessiva presa d’atto del “trasferirsi” fisico di un viaggio  emozionale nel sentirsi trasportato dalla vita stessa, come “viaggiatore”, ma anche “viandante” nella misura di viaggio alla ricerca di sé. Il senso della vita come “viaggio” verso una meta ignota.

Benedetta Jandolo- BIOTEK— Progetto  d’arte transgenica-

Dimensione creativa che non si pone nella assoluta “meta-fisicità” del proprio discorso d’arte, cogliendola (l’arte) nella sua dimensione di messaggio poetico  in stretto contatto e contrasto con la contemporaneità della scienza e tecnica, Ricerca di nuovi confini in cui fare arte, con materiali nuovi e creati. L’arte, creando, necessita delle strutture materiali, anche biotecnologiche, per esprimersi. L’arte proposta allora diviene messaggio anche “conservativo” delle risorse disponibili sulla terra, nel loro mantenimento e conservazione per salvaguardare la dimensione materiale in cui agisce. Diviene messaggio per “educare” a preservare la natura e l’ambiente. Il libro sostanzia come anche testimoniando con il sapere si possa conservare la natura, creando e non solo distruggendo. Dice, in un agire eticamente virtuoso.

Cristina Bonavena- (Il libro dei segni)

Il detto e il taciuto

 Il libro d’artista come testimonianza di messaggio emozionale, su cui però grava l’impossibilità di poter trasmettere totalmente il dire del discorso. La parola e il linguaggio lasciano filtrare parte del proprio “voler dire” per la intrinseca inesprimibilità della dimensione emozionale. Il libro allora diviene testimonianza del –detto-, sottraendo  il –taciuto– dal discorso. Il –detto- ha la sua espressione nel linguaggio, il quale è l’espressione del soggetto che comunica con una dimensione esterna a sé  ed attraverso esso esprime la sua determinazione sul proprio sentirsi “coscienza esistenziale”. Il linguaggio è il veicolo attraverso cui l’individuo trasferisce sé nel rapporto con l’alterità. Ma il linguaggio può solamente trasferire e comunicare ad altri il proprio punto di vista del suo sentirsi “nel mondo”, ed esso non interpreta ma “trasmette” quel che la coscienza, nel suo sentirsi nel mondo sente e vive. Il linguaggio racconta ciò che i sensi vedono sentono e toccano, ma non ha possibilità di interpretare, perché è questa facoltà della immaginazione che a sua volta racconta attraverso un altro linguaggio . Quel nuovo linguaggio è il taciuto che limita il detto e attraverso la sua determinazione valorizza e determina il detto stesso . Il linguaggio ha un suo limite, è il limite che il detto ha in se per effetto della sua inesprimibilità di quel che ad esso è sottostante. Quel limite è il limite del linguaggio, del discorso che “racconta” l’immagine che della realtà la ragione si crea e va creando. Il linguaggio si esprime, ma lo esercita nel limite delle sue capacità di sentire la realtà e il vissuto che della realtà la coscienza sente. Il detto allora è la esemplificazione della realtà vissuta e vista, ma non completamente sentita. Se tutto potesse dire ( il linguaggio) equivale ad un sentire il Tutto, ma sentire il tutto è viverlo. Se il detto coglie la parte, il taciuto o il sentire il taciuto è sentire il tutto, il che non significa viverlo ma sentirlo nella sua presenza assoluta.  Il limite del logos, inteso come discorso, diviene la chiave di accesso per introdursi nell’oceano: nell’ignoto, nel mistico. Quel confine è sia delle coste che dell’oceano. E’ chiusura ed apertura nel medesimo tempo. Il –detto- attraverso il discorso e il linguaggio come suo strumento espressivo costituiscono il terreno dove si confronta l’Io e l’alterità, il luogo in cui l’Io, attraverso il porsi in alternativa all’altro trova o ricerca la sua identità. Il dialogo allora diviene il luogo di questo confronto-scontro, il terreno in cui una parte (l’IO ) disponendosi dialetticamente all’altro, anche nella fisicità contrapposta, può salvaguardare il suo essere per effetto del contrasto con l’altro. Quel limite allora è necessario che venga superato attraverso il dialogo, ma tale dialogo non può fermarsi solamente nel –detto-, nel linguaggio oggettivo del discorso come “trasmissione”, o comunicazione, necessita di quel linguaggio emozionale. Il dialogo emozionale parla propriamente del “taciuto” ma esso ( il taciuto) necessita che trovi casa e dimensione nel –detto- perché è esso che determinando e percorrendo il limite lo introduce nella emozionalità di un discorso che potrebbe anche non usare il linguaggio del –detto-. Ma necessariamente lo deve fare proprio per determinare quel limite da cui poi il taciuto si costituisce e struttura. Il taciuto infatti non è solamente ciò che non è detto, ma è anche ciò che è sentito e non è possibile dire, ma altresì è pure quel che determina il detto stesso in quanto quest’ultimo esprime non la totalità di quel che vuol testimoniare quanto la parte che gli è possibile esprimere. Lo scarto fra il voler dire e il –detto- è propriamente il –taciuto, il quale da parte sua è tale nella misura in cui non è “ri-preso” e “ri-portato” nel discorso emozionale. Non è mai pietrificato in sé, quanto in potenza di poter essere manifestato. Il taciuto è l’attesa di poter dire compiutamente il detto.

Manuela Candini. “Sai, c’è un filo che unisce i dispiaceri

Anna Boschi “…e P.O.I….e poi ho perso il filo del discorso”

Se il filo unisce, come superamento di limite, il limite stesso è quella configurazione che determina le parti. Come il limite che separa un ‘isola con l’oceano dove l’isola è tale se circondata totalmente dall’oceano. L’oceano a sua volta circondando –l’isola- la determina prima di tutto come isola, ossia la isola con le sue acque: attraverso  il contatto fisico del limite dell’uno con l’altro. Infatti un punto li pone a contatto, e quel punto è un limite, dove finisce l’uno inizia l’altro, dove termina –l’isola- come determinazione data inizia –l’oceano- del superamento di sè. Questo limite è necessario ma non assoluto nel suo essere determinato rigidamente. Il filo unisce, ma unisce ciò che sta nella dimensione di –limite- , il quale a sua volta è determinazioni di parti. Il filo unendo è dialogo, dal greco “dià” –attraverso- e “logos” –discorso- ed indica il confronto verbale tra due o più persone , mezzo utile per esprimere sentimenti o idee. Il filo è discorso, come superamento del limite, ma è anche determinazione a unire ciò che è limitato da ciò che limitando apre a sé l’ignoto, come nell’oceano. Il limite che li determina è identico, dell’oceano e dell’isola, ma mentre quello dell’isola chiude in sé, quello dell’oceano apre a sé. Il filo unendo divide ciò che è determinato e chiuso con ciò che è aperto e libero di essere percorso in un contesto di ignoto.  Il filo  allora diviene quella necessità esistenziale del superamento del limite di sé e aprirsi all’ignoto orizzonte dell’oceano. Scrive Nietzsche :” Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave!. Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto: abbiamo tagliato la terra dietro di noi . Ebbene, navicella ! Guardati innanzi ! Ai tuoi fianchi c’è l’oceano : è vero, non sempre muggisce, talvolta la sua distesa è come seta e oro e trasognamento della bontà. Ma verranno momenti in cui saprai che è infinito e che non c’è niente di più spaventevole dell’infinito. Oh, quel misero uccello che si è sentito libero e urta ora nelle pareti di questa gabbia! Guai se ti coglie la nostalgia della terra , come se là ci fosse stata più libertà- e non esiste più “terra alcuna” ( La Gaia scienza )

Ma se come scrive Jaspers: “Ogni ente determinato che mi si presenta si offre come ciò che sta in relazione ad altro a cui rinvia, e in relazione a me a cui sta di fronte”, la relazione che viene a crearsi fra gli enti è relazione molteplice e complessa in cui ogni ente si de-situa dall’altro per conservare la sua individualità, che non è mai com-presa, e includente nel rapporto relazionale, ma è piuttosto la totalità dei rapporti che intercorrono fra gli enti, perché come detto ogni entità è nella misura in cui viene determinato dall’altro. Ma la comprensione proprio perché è limitata e parziale e lascia dietro l’ente osservato una dimensione non manifesta. “ Ogni essere determinato, ogni essere conosciuto è sempre compreso da un essere più ampio, per cui ogni volta sperimentiamo, oltre alla positiva comprensione di un particolare (e particolare è anche ogni teorizzato sistema della totalità dell’essere ), anche ciò che l’essere non è”, scrive Jaspers.  – L’altro è ciò che la cosa non è, è il suo non –essere, è ciò a cui rinvia. Essere e non-essere sono dunque il contenuto originario della coscienza. (Galimberti). Se a ogni nostra puntuale conoscenza si accompagna una negazione e un riferimento, quel che a noi è permesso di conoscere e sentire ha sempre in se una dimensione che trascende quel che viene a noi concesso di conoscere,  pertanto ciò che rimane escluso e non detto è sempre una dimensione che è compresa nella totalità di ciò che viene comunicato o messo a conoscenza, ma non è –detto- ed è propriamente il –taciuto-. Esso però si oggettivizza perché l’altro lo coglie, ma quel suo cogliere è propriamente un “interpretare”. Il taciuto pertanto è in quanto “vissuto” dall’altro, che lo astrae dalla totalità del discorso a cui partecipa , proprio perché rimanda a qualcosa a cui il detto è relazionato.

 Cristina Corradi-  Ragione e passione. L’impossibile armonia fra Ragione  e Sentimento.

 

 Se il sentimento si appassiona, (preso dalla passione), passio (patire), esce dalla determinazione razionale, cede alla follia come dislocazione dalla ragione. La quale ha necessità di determinare tutto ciò che la investe e coinvolge senza lasciare alcuna cosa fuori di sé. La ragione assolutizza ogni cosa che possiede, proprio perché nulla vuole che qualcosa sia fuori di sé. ll termine assoluto deriva dal composto latino ab + solutus, che significa «sciolto da». Assoluto è sciolto da ogni cosa, e la passione è altresì dimensione assoluta perché vede e sente solamente ciò che è dentro di sé. Se la ragione cerca di determinarla, la passione necessariamente si annichilisce, toglie sé dal razionale e razionale. La passione determina sé nel totale compimento di sé, ma in questo tentativo di compimento poi rifugge a determinarsi in un contesto diverso dal suo essere. Come dimensione assoluta deve necessariamente negarsi per rimanere totalmente sé. Anna Karenina empie e satura il razionale di sé, ma al fine ciò non basta per porsi come ella esige. Non le rimane che lasciarsi annullare nel fuoco della passione per poi rinascere come araba fenice dalle sue stesse ceneri. La passione infatti esige patire nella dimensione massima (annullarsi) per rinascere. Nell’animo umano però la passione pone solo cenere di sé nell’individualità indistinta, ma messaggio nella sua dimensione universale che è tale attraverso il sacrificio individuale.

Diana Vallini- Sinfonia Immaginaria.

Sinfonia (dal greco symphōnía, da  σύν = “con, insieme”, e φωνή = “suono”). Brano composto di più movimenti, di proporzioni abbastanza ampie e articolate secondo procedimenti formali ben precisi. E’ l’anima o ànemos, «soffio», «vento», è la sinfonia immaginaria dell’Io che non sente ma che si ascolta nel suo stesso manifestarsi poietico del vivere. L’agire è creare ( poiesis dal greco), è musica sinfonica in cui parti distinte e accomunate agiscono in uno spartito comune. Come l’esacordo della mano armoniosa o guidoniana, secondo il quale la successione dei suoni vaniva fatta corrispondere alle falangi e alle punte delle dita, così la sinfonia interiore dell’essere, esegue la sua opera su uno spartito immaginario, inteso come ciò che non è posto prima, ma lasciato libero di interpretare  e cioè immaginare la musica o sinfonia da eseguire. Ma una sinfonia proprio perché è “insiemi di suoni” necessita armonia  e spartito ove il suono nel suo farsi singolo è dimensione del tutto nella sinfonia stessa. L’Io, come dimensione esistenziale, pone sé come agente poietico di “costruzione emozionale”, in una immaginaria sinfonia che suona e risuona nell’anima.

L’osservatore o ascoltatore sente il farsi dell’opera sinfonica recependo l’armonia del suono come un Tutto emozionale, ma l’esecutore dell’opera sente e avverte il farsi sinfonia nella distinta presenza di ogni elemento che compone la sinfonia stessa. L’armonia egli la sente nel suo “viversi” armonioso.

Elena Picchiolutto- “Tempo 20-infinito

“Non c’è stato un tempo in cui Tu non abbia fatto qualcosa, poiché il tempo stesso è opera tua. E non c’è un tempo che ti sia coeterno, poiché Tu permani; e se il tempo permanesse, non sarebbe più il tempo. Che cos’è, infatti, il tempo? Chi potrebbe definirlo in modo semplice e breve?” San Agostino,  Confessioni.

Secondo Agostino il tempo esiste solo come dimensione dell’anima umana. La vita si svolge, si distende (il tempo è distensio animae, “distensione dell’anima”) tra attenzione, memoria e attesa. Ci muoviamo nel presente del passato, nel presente del presente, nel presente del futuro. Ci muoviamo in una dimensione in cui l’anima ha posto sé e ciò che ha determinato lascia traccia come presenza anche e soprattutto nel relazionarci con l’alterità, con il nostro rapportarci ed essere rapportati, con l’oggettivarci ed essere oggettivati, posti di contro cioè. Il tempo diviene allora quel farsi di memoria che necessità il ricordare, ma ciò a sua volta esige il nostro ripercorrere il tempo come appunto presente del passato nella dimensione di viaggio esistenziale nella memoria, come momento attualizzante dell’anima stessa. “Non esse (le cose passate) io misuro, esse che non sono più, ma misuro qualcosa nella mia memoria, che vi rimane fissa”. S.Agostino. “Non può esistere tempo senza creatura”

Si capisce perché alla saggezza si chieda, più ancora che l’arte di vivere, l’arte di morire:vivere tota vita discendum est et, quod magis fortasse mire ris, tota vitadiscendum est mori (brev.vit. 7,3).Seneca. Unico uomo che può opporsi a questa angosciosa percezione dello scorrere del tempo è il saggio: rocca incrollabile contro il turbine che travolge ogni cosa. Egli è in grado di trionfare sul tempo, perché trasporta il suo valore dal piano quantitativo a quello qualitativo: non essepositum bonum vitae in spa tio eius, sed in usu (Epistulae 49, 10). Seneca. Il saggio si concentra sul presente, per non sprecare alcun istante e sforzarsi di realizzare in ogni momento la perfezione della vita morale. In questo modo pone il suo baricentro dentro se stesso, rinunciando a proiettarsi continuamente su una speranza futura: infatti la speranza porta con sé lo sconvolgimento di passioni che turbano l’animo. Proprio perché chiuso nella sua perfezione, sottratto al flusso delle cose esterne, l’oggi del saggio è atemporale; l’attimo ben vissuto vale un secolo: interbre vius et longius tempus nihil interesse iudicat (vit. beat., 21, 1); stabilita mens scit nihil interesse inter diem et saeculum (ep. 101, 8). Seneca.

Il tempo quindi non è assoluto, ma relativo al valore che la memoria gli attribuisce: il tempo interiore; pertanto è in rapporto alla consapevolezza psicologica che ciascuno attribuisce alle

varie esperienze vissute, che sono registrate dalla memoria secondo un’ottica che supera la pura e semplice prospettiva cronologica. E’ la memoria che raccoglie la molteplicità dispersa degli eventi che passano e che costituisce il nucleo fondamentale dell’interiorità dell’uomo.

L’interiorità esprime essenzialmente la consapevolezza di una continuità personale nel tempo. L’esperienza della temporalità umana è la relazione tra la realtà (che muta) e l’interiorità (che registra e ricorda il mutamento). Alla prospettiva esteriore, secondo la quale “il tempo delle cose” appare caratterizzato da instabilità e dissoluzione verso il passato, si sostituisce la prospettiva interiore, secondo cui il “tempo della memoria” libera almeno parzialmente l’uomo dalla suc cessione temporale degli eventi e disegna orizzonti nuovi entro cui disporre la percezione del passato, del presente e del futuro.

E’ la coscienza cosmica (la cosmicità è la natura intrinseca della mente), il  metodo Zen, questo tipo di approccio alla realtà, è un metodo pre- scentifico, o meta-scentifico, o perfino anti-scentifico

In questo modo, lo Zen si immerge nella fonte della creatività e beve ad essa tutta la vita che contiene. Tale fonte è l’inconscio dello Zen. L’inconscio è fuori dall’ambito della ricerca scientifica, l’inconscio si può solo sentire, e non nel senso comune del termine; pertanto, bisogna imparare a padroneggiare le vie dell’inconscio e la saggezza sconosciuta del Sé. Ciò che esiste nel centro interiore è aldilà di ogni spiegazione. Viceversa la scienza inizia là dove comincia la spiegazione, all’esterno; è una ricerca sulla circonferenza, nell’ambiente dell’uomo. Di solito la consapevolezza
scientifica è oggettiva: conosci gli altri, conosci il mondo, conosci le stelle. Nel momento, però, in cui la consapevolezza si rivolge all’interno e inizia a conoscere se stessa; in altre parole, nel momento in cui la consapevolezza diventa oggetto della propria conoscenza l’illuminazione fiorisce. D’ora in poi la consapevolezza sarà il padrone e l’inconsapevolezza il servitore. La
porta della verità non è, né il centro, né la circonferenza  – che sono in realtà due facce di una sola e unica verità, ma uno stato in cui colui che vede e la cosa vista, l’osservatore e la cosa osservata, si uniscono. Solo l’uomo libero da opinioni e da idee preconcette può vedere l’unità e l’integrità.

Helena Gath- Ma maison

-Ma Maison-, la casa. La casa è quel luogo in cui si è sempre accettati, quella dimensione esistenziale in cui dimora l’esistenza nel suo farsi memoria. La casa come contesto in cui si generano e sviluppano le condizioni strutturali dell’esistenza stessa. La casa è il mutare di ogni dinamismo esistenziale sia che sia luogo costante di vita sia che lo rappresenti nella nostalgia di luoghi alternativi. In essa ciò che persiste è  la dimensione fisica del vissuto, nelle sue dimore l’animo vive e sente il vissuto come coinvolgimento emozionale di un “dialogo” intimo fra spirito e luogo residenziale della propria anima. Nella casa l’anima dimora emozionalmente, ed in essa pone la sa dimensione esistenziale come luogo determinato e predeterminato. Perché se l’anima ha nel corpo la sua casa, a sua volta il corpo necessita della sua casa fisica per “esternalizzarsi”, porsi materialmente. La casa diviene allora l’emblema della vita, perche essa ( la vita) necessita di un luogo per “esplicarsi” o “distendersi”, un luogo in cui noi siamo la determinazione stessa di quel luogo. Ogni luogo è casa, nella misura in cui l’individuo vi si pone come “occupante”, e quell’occupare è disporsi emozionale in una dimensione esclusiva. Per contro la mancanza di casa, proietta l’individuo nella dimensione di profugo, ma anche questa condizione di mancanza esige il trovare o ritrovare una nuova casa. La casa è introiettare sé nel contesto razionale dell’esistere, divenendo luogo assoluto del proprio essere ente esistenziale. Perdere quel luogo esclusivo è in fondo perdere la propria stessa identità. La casa è luogo, etnia, regione , stato, e per ultimo mondo esistenziale. La vita stessa è una casa per l’anima

Arlene Havrot-Landry Barbi-

  La bellezza, come ricerca dimensionale della propria immagine, è tendere alla sublimazione di sé , nella struttura propria dell’essere, è elevarsi, mutare, dal razionale al divino. Il Bello diviene ricerca per una mancanza che l’interiorità sente come svanire o mancare. La bellezza è proiezione del desiderio a porsi come condizione sublimativa. Ma essa per far ciò deve trascendere la condizione razionale che non può contenere la bellezza come attributo in sé, ma solamente rimandare sé ad una dimensione ideale. La bellezza allora è idealità ricercata, è proiezione dell’intimo alla ricerca di sé in un contesto ideale e idealizzato. La forma e apparenza divengono così dimensione reali, e il reale diviene immagine riflessa della stessa riflessione propria. La “sostanza”, come determinazione razionale, posta nella proiezione ideale di sé diviene obbiettivo e meta da conquistare, dimensione desiderante che trova nel continuo superamento del proprio stato un obbiettivo. La idealità diviene condizione desiderata e conseguita, stato di perenne tensione verso una dimensione si-derale, da qui il termine de-siderio. Ma la condizione si-derale, negli astri, nelle stelle, è condizione divina, si che la ricerca della apparenza ideale di uno stato d’essere è la volontà inconscia di porsi nella dimensione divina.

Cinzia Mastropaolo – IL cambio- Mutare

-Panta Rei-, tutto scorre, dimensione dinamica dell’esistere, come sosteneva il filosofo greco Eraclito. Ma il cambio o mutare necessita il passaggio da uno stato ad uno altro, da una dimensione esistenziale ad altra, come cambio intrinseco dell’anima. Ma essa (l’anima) non è condizione materiale che può trasformarsi o cambiare esteriormente e materialmente, è un uno stato emozionale, una indeterminatezza che per mutare deve guardare oltre i proprio confini e limiti. Il superamento di quel limite è proprio il “mutare “, modificare la propria dimensione, intesa come contesto esistenziale che ci contiene. Ma mutare la propria condizione è di per sé snaturare il proprio sé, la determinatezza con cui ci si è posti anche nel rapporto con l’alterità, l’altro. Il cambiare e mutare allora è seguente al mutarsi del relazionarsi con l’alterità: si cambia e si avvia il mutare come conseguenza del modificarsi dello stato esistenziale in cui si agisce. L’anima muta e cambia perché si modifica il contesto in cui l’anima stessa si determina. Il cambiare e mutare allora è “adeguarsi” al mutare esteriore, sia fisico che relazionale, è dimensione dinamica che coinvolge l’anima non nella sua intima struttura essenziale, quanto nel suo rapportarsi o approssimarsi . L’anima non cambia sé, quanto il suo divenire per l’altro, il suo porsi emozionale verso l’esterno di sé. L’anima nella sua essenza profonda non patisce il mutare come negazione, quanto il proprio trasformarsi, o ridefinirsi al –tutto scorre- del divenire. Se è vero che non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume,( Eraclito) è perché l’anima agisce strutturalmente diversa attimo dopo attimo, si muta e muta per effetto del suo stesso essere ente mutante proprio in conseguenza del suo intrinseco divenire esistenziale. Se tutto muta, nulla rimane, e se nulla rimane tutto cambia, ma il tutto cambia perché nell’anima vi rimane una certezza relativa: che essa determina sé come condizione unica del proprio esistere. Tutto muta in rapporto alla  sua determinazione d’essere..

Anna Maria Scocozza- La favola poetica di Luli

La favola traduce i processi interiori in immagini visive, i conflitti in simboli. Il simbolo è una cosa esterna che ne rappresenta un’altra e diventa universale quando è radicato nelle esperienze di ogni essere umano. Infatti, sono simboli universali quelli comuni a tutti gli uomini. All’interno della psiche, mediante il processo simbolico, si trasferisce l’esperienza in simboli, fruendo di nessi consci ed inconsci. La favola e la fiaba determinano un voler significare, giacché come dice Schiller: “C’è un significato più profondo nelle fiabe che mi furono narrate nella mia infanzia che nella verità qual è insegnata dalla vita.” La favola, racchiusa nel libro d’artista, come ciò che contiene, diviene contenitore simbolico essa stessa di una meta-verità che supera il significato proprio dell’oggetto in cui è determinata. La favola ha un messaggio morale che è colto nella determinazione simbolica in cui è espressa, il libro appunto. Il quale però diviene d’artista nella misura in cui  è “preso” dal suo essere oggetto di comunicazione culturale , per divenire simbolo di un altrettanto simbolismo. Una favola descritta o stampata su un comunissimo libro è messaggio simbolico espresso nel racconto di favola. Se essa però, favola come racconto simbolico, è contenuta nel libro d’artista , snaturato dal significato di strumento di trasmissione culturale, diviene essa messaggio simbolico all’interno di un altro messaggio simbolico. Ma, siccome il simbolo rimanda ad altro il proprio significato, la favola nel libro d’artista si appropria del proprio “contenitore” divenendo essa stessa  contenitore di se stessa, ossia si appropria della sua identità di messaggio simbolico. Diviene ciò che dovrebbe esprimere, diviene quel che è. Ecco la meta-verità della favola nel libro d’artista.

 

Fatima Hameurlaine–   Abstract  -I colori e le Eemozioni

Socrate, il filosofo greco inventore dell’etica, si è cimentato nella scultura, ed  invitava gli artisti a rappresentare i travagli dell’anima, osservando attentamente il modo in cui i sentimenti influenzano il corpo in azione. Ma il corpo (o l’anima) si esprimono e rivelano attraverso le emozioni. I colori esprimono i –travagli dell’anima-. Il colore è il linguaggio sublimale con cui l’anima o l’inconscio agisce verso l’esterno. Una rappresentazione è parola, ma più rappresentazioni fanno un linguaggio, il quale esprime un significato nella sua rappresentazione cromatica, se è raffigurazione di colori. Se il colore diviene –discorso- nel contesto del linguaggio pittorico, l’insieme di rappresentazioni è il –discorrere- o dialogo, il quale necessità di chi dipinge e di chi ascolta o osserva, dell’altro, come dimensione limitante del proprio esprimersi. Ma se il colori vogliono esprimere o possono esprimere ogni condizione psicologica, questa facoltà necessita essere definita in un contesto d’arte che raccolga il –discorso-. Il libro d’artista, come rappresentazione cromatiche diviene allora il depositario di espressioni emozionale che hanno il loro riscontro oggettuale nei colori, come il racconto lo ha nelle parole e nel linguaggio. Il colore come parola, e più parole e più colori divengono un linguaggio esprimente. L’artista nel suo libro racconta sé, attraverso il cromatismo dei colori, ma come la parola, aggiunta e disgiunta da altre, compone il senso del dire, così i colori composti e scomposti formano il linguaggio cromatico che –diviene discorso d’anima- Il libro d’artista è guardato e meditato con gli occhi del sentimento empatico di cogliere l’emozione trasfigurata e trasmessa dal colore e colori. Il libro d’artista di colori è letto con il cuore prima che con la mente.

Francesco Maestria –Il peso della cultura-

La funzione della sostanza nel divenire conferisce alla sostanza stessa un nuovo significato. Essa acquista un valore dinamico, si identifica col fine (telos), con l’azione creatrice che forma la materia, con la realtà concreta dell’essere singolo in cui il divenire si compie. In tal senso la sostanza è atto: attività, azione, compiutezza. Il filosofo greco Aristotele identifica la materia con la potenza, la forma con l’atto. La potenza (dynamis) è la possibilità di produrre un mutamento o di subirlo. L’atto (enérgheia) è invece l’esistenza stessa del l’oggetto. Anche dal punto di vista del valore l’atto è anteriore giacché la potenza è sempre possibilità di due contrari; L’atto è dunque migliore della potenza. La materia prima è il limite negativo dell’essere come sostanza, il punto dove cessa insieme l’intelligibilità e la realtà dell’essere. Ma ciò che si chiama comunemente materia, per esempio l’argilla, il bronzo, o altro, non è materia prima, perché ha già in sé in atto una determinazione e quindi una forma; è materia, cioè potenza, rispetto alle forme che può assumere, mentre è già, come realtà determinata, forma e sostanza. Se conoscere la realtà e il perché di una cosa significa conoscerne la sostanza mediante la specie o forma (che è appunto la sostanza delle realtà composte o singoli), la materia rappresenta il residuo irrazionale della conoscenza, così come la sostanza rappresenta il principio o la causa non solo dell’essere ma anche dell’intelligibilità dell’essere come tale. La materia quindi è mezzo per azione creativa,avendo in sé, potenza di poter essere, e l’artista giunge all’atto semplicemente mettendo a nudo questa propensione. Creando costruisce il “divenire”nel divenente.
Gabi Minedi e Patrizioa Maria : ”A cavallo della lumaca”

Stare semplicemente nell’istante; fare una cosa alla volta e consegnarci totalmente a essa è il modo più efficiente di vivere; è essere semplicemente qui, vivere la nostra vita. In ogni situazione, che gli altri ci osservino o no, dovremmo essere consapevoli di ciò che avviene in noi e stare in guardia contro la trascuratezza e la disattenzione.

L’azione, infatti, contrariamente alla manipolazione (di se stessi, o degli altri), viene sperimentata come fluente dall’interno, invece che compiuta per andare incontro a modelli estrinseci.

 

Gralha Azul Gruppo -: Il piccolo pensa.  Le  cose che  sono piccole –  Che sono piccoli pensieri? Come uscirne?

« Tutto ciò che è in alto è come ciò che è in basso, tutto ciò che è in basso è come ciò che è in alto. E questo per realizzare il miracolo di una cosa sola da cui derivano tutte le cose, grazie ad un’ operazione sempre uguale a se stessa. »  (Ermete Trismegisto)
Il –piccolo- è una dimensione a cui si giunge mediante un analisi comparata, ma quell’analisi è mediazione analogica. Il microcosmo (il piccolo) diviene dimensione specchiante del macrocosmo (il grande), ma entrambi sono determinati da una dimensione osservativa che è unica e centrale. Il piccolo allora è dimensione autonoma che ha in sé il senso del tutto in cui è contenuto. Quella dimensione infinitesima di riducibilità non è altro che una dimensione esistenziale che per essere deve rimandare a qualcosa che la contiene. Il piccolo è sempre piccolo di qualcosa e il grande ugualmente è grande di qualcosa, ma entrambe le dimensioni poggiano su un unico punto o sguardo dimensionale che le determina: l’IO. Il –piccolo- allora ha in sé tutto ciò che lo contiene, come la parte ha ogni essenza del tutto che la contiene, quindi il –piccolo- ha l’essenza del tutto, come una monade leibneziana. Guardare nel piccolo è guardare nel Tutto; alla stessa maniera la dimensione del microcosmo è proiezione infinitesimale dell’infinitesimale esteso.

Mara Caruso- La  Ricostruzione delle Momorie )

La memoria è l’azione emotiva a ri-prendere il vissuto proprio e elaborarlo emozionalmente come interpretazione del vissuto stesso. Se emozionarsi è interpretare la vita, così la memoria è quella dimensione per cui ciò che è vissuto è ripreso per essere ri-vissuto, ma in una dimensione presente. Il ricordo allora si fa memoria nella misura in cui diviene dimensione presente, dinamicamente attiva. Se nulla si dimentica, ma semplicemente si rimuove nell’inconscio, così la memoria è la dimensione per far rivivere e riemergere continuamente una  condizione propria a cui non si vuol rinunciare. Ed è proprio questa esigenza di non perdere e obliare una parte di sé che tiene la memoria sempre emozionalmente e visivamente attiva. Al fine la vita stessa è memoria, nella misura in cui entro  essa s’estende, consciamente o inconsciamente, ogni angolo più recondito dell’esistenza di ognuno. L’anima vive e trasfigura se stessa solo nella dimensione della sua memoria, ed in essa trova e riscontra la sua stessa essenza esistenziale. La memoria è un determinarsi di un determinato.

 

Roberto Antico– Diario del fiume

Recuperare ciò che avanza alla deriva, come legni e altri oggetti trasportati dalle acque lente di un fiume, nel caso il Po, con il suo delta che pare disporsi ampio a perdersi nel vago del mare che l’accoglie, è metafora del recuperare frammenti di vita dal corso inesauribile del vivere umano. Ciò che è recuperato è “salvato” dall’oblio, è recuperato prima che le acque del fiume si perdano accolte dal mare, è l’individualità distinta dell’unicità che scorre nel fiume della vita e poi tende a perdersi fra i flutti indistinti dell’Essere, del mare. Quel frammento “recuperato” e “restaurato” diviene così l’assolutizzarsi dell’ “evento  unico”  dell’individualità. L’Ente, particolare e unico nel suo “essersi determinato”, esce dal fiume, dal flusso indistinto del vivere per riprendere la sua dimensione di Ente partecipante all’Essere. Se il lento scorrere del maestoso fiume è l’Essere, quel frammento recuperato è l’Ente esistenziale che partecipa all’Essere stesso, ma vi partecipa nella sua rappresentazione indistinta. Recuperarlo significa “toglierlo” dall’indeterminatezza e precarietà, e dargli valore di rappresentazione nel suo significato simbolico di ritorno al flusso del vivere:  -l’Eterno ritorno- di Nietzsche. Si ritorna nella vita ogni volta in dimensioni diverse. Ed è qui che l’artista nella sua opera di “recupero” agisce come Divinità, determinando il farsi di volta in volta del “ritornare”  dei vari oggetti. Egli ( l’artista) da alla sua opera allora il valore di Genesi, creazione, non nella misura di creare ex nihilo ( dal nulla), ma “generare” dimensioni nuove dell’Ente esistenziale che partecipa all’essere. Egli si pone come creatore, creatore d’arte.

Rolando Zucchini- Nove gesti

Il segno ( o i segni) di determinazione.

Il segno o dato (dallatino datum, che significa letteralmente fatto)  è determinazione a porre il proprio sé o azione poietica nel contesto dell’essere stato o divenuto. Una cucitura ideale fra passato indistinto e presente determinato. Il segno, o dato, è determinazione a concludere una ideale compartecipazione fra il divenuto e il divenente. Anche segni indistinti , quasi inconsci possono lasciare il loro segno o dato ( come –fatto- esistenziale). L’esistere dell’Ente, come individualità esistenziale, si determina e concretizza proprio come segno e dato nella sua esplicazione strutturale della presenza. Il segno è determinazione a “presenziare” l’Essere, a cui l’Ente partecipa. Ma partecipandovi necessariamente deve lasciare il “segno”, il dato come fatto o azione. Se l’azione è virtuosa, ossia che possiede virtù ( aretè dal greco) il segno lasciato è umanamente d’amore (agàpe). L’essenza dell’Ente esistenziale sta nel segno “lasciato”, impresso o inciso.

Jeanete Ecker Kohler-  Amarelaço

 

 … per lo che io vo pensando che questi sapori, odori, colori, … tengano solamente 

lor residenza nel corpo sensitivo, 

sì che rimosso l’animale sieno levate e annichilite tutte queste proprietà…

Galileo Galilei – Saggiatore:

Il colore quindi non è proprietà dell’oggetto osservato, ma è una sensazione di chi l’osserva, e proprio perché è dimensione dell’osservatore, il voler porre un colore come determinazione alla realtà che si presenta avanti a sé è condizione di determinare uno stato di desiderio al proprio “osservare”. Porre il giallo come dimensione di colore base è, non tanto definire l’esterno in forma cromatica, quanto porre la propria dimensione emozionale nel contesto “di illuminazione” del voler vedere e quindi sentire. Il giallo è luce, è apertura e se posto nella dimensione di contenitore è il rimando al voler conservare  o meglio espandere la luce espressa simbolicamente.  Il libro che nasce di giallo vuole “illuminare”, attraverso il suo messaggio simbolico. Il giallo come simbolismo di luce, ossia luce della conoscenza. E il libro contiene la conoscenza , ma la contiene nen per quel che dice, ma nel simbolismo dell’illuminazione del colore giallo.

Joel Giustozzi –Love-Caos-Gods

Amore- caos- Dei  o anche traslando i concetti :l’emozionalità del sentimento d’amore, la causalità in cui ci si relaziona con l’altro o l’alterità, gli Dei o la trascendenza che ci condiziona, trascendenza spirituale e materiale. L’unità di misura è l’IO, l’Ente esistenziale che ponendosi come dimensione ultima crede e si illude di trascendere esso stesso la condizione in cui è definito. “L’essere gettati nel mondo”, l’EsserCi heideggeriano , è smarrito alla ricerca di sé e del suo ruolo esistenziale.

L’amore è rifugio, ma necessita che ci si approssimi all’amare con lo spirito disinteressato di chi coglie l’altro come ricchezza e non limite da superare. L’approssimarsi allora diviene amore nella misura in cui ci si approssima per accogliere l’altro e non solo essere accolto egoisticamente. L’amore è allora donare e donarsi:  Àgape amore fraterno, disinteressato.Non solo un sentimento, ma anche una virtù, uno stato spirituale, un dono di Dio, una grazia. Traducibile anche con carità.

Caos, sensazione di disordine, ma in ogni caos –scrive C.G.Jung- c’è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto. Ben venga allora il caos perché l’ordine non ha funzionato (Karl Kraus). Il caos se è disordine è funzione alla ricerca d’ordine e allora “Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante” (Friedrich Nietzsche).

Dei- Se Dio è morto, come ha scritto Nietzsche, è morto nei cuori degli uomini sostituito da altri Dei, che non hanno potere e Divinità Assoluta, ma agiscono perché venerati per la loro estrema soddisfazione dei desideri. Il denaro, il Dio denaro, non crea, non dispone  e non ama, ma continuamente tende a riprodursi mangiando tutto ciò che gli si pone avanti. Il Dio denaro non conosce riposo come il Dio cristiano che si riposò dopo aver creato l’Universo, ma esso deve continuamente riprodursi per sua stessa essenza, pena il suo annichilimento, perché esso (il Dio denaro) non è per quel che è, ma solamente per quel che gli viene dato, ossia il soddisfacimento del desiderio, il quale non potendosi mai compiere pena la sua distruzione, tende sempre a ricercare, e il denaro come il desiderio ricerca sempre se stesso, non potendo fermarsi.

Mario Lagos- Liber mundi

La genesi, la creazione :  in ogni civiltà e pensiero antropologico vi è un inizio primordiale, ciò a cui rimandare l’essere stesso del presente, in quanto procedendo a ritroso ogni cosa ha un suo principio primo. La creazione determina allora anche una dimensione “parziale” e “relativa” dell’Ente che partecipa all’Essere. Il limite necessita la determinazione di un “inizio “ da cui procedere poi in avanti, ma l’inizio ha in sé il valore della creazione come atto. Si crea da qualcosa, ma è trasformazione allora, oppure ex nihilo, dal nulla, ma il nulla proprio perché non contiene nulla in sé, non può determinare alcunché. Allora vi è qualcosa che precede l’inizio e trascende il nulla, ma in entrambi i casi la dimensione è incomprensibile. La Genesi determina sempre un creato, ma al contempo un Creatore, necessariamente. Si che la Genesi, la creazione, porta a sé anche il suo opposto, e cioè la stessa distruzione come condizione necessaria e ineccepibile. Ma in questo caso se la creazione può essere divenuta ex nihilo, dal nulla, la sua distruzione non può avvenire e defluire nel nulla, proprio perché salvaguardata dalla sua stessa creazione o Genesi. La Genesi o creazione diviene allora atto Assoluto, ab+solutus, “sciolto da” proprio perché determinato da un atto creante , Genesi, e consolidante al punto che la sua stessa distruzione diviene negazione di qualcosa. Ma il negare qualcosa è sempre un affermare qualcosa, la stessa negazione è tale in quanto rimanda all’esistente. La Genesi, la creazione, rimanda al possibile, alla possibilità dell’impossibilità del possibile, ossia : Quando c’è un orizzonte sul fondo del quale io posso determinare ciò che arriva, in questo momento ciò che arriva è secondario, prevedibile, programmabile, ecc., e dunque niente arriva veramente. È l’assenza d’orizzonte che è la condizione dell’evento. (J. Derrida)

Laura Spedicato

Il libro d’artista come testimonianza di un frammento di passato che necessita di “farsi determinare” proprio in un contesto in cui può essere accolto per quel che è: dimensione  unica e irripetibile dell’Ente esistenziale. Il frammento diviene allora ricerca e esegesi di un fatto o circostanza che obliatosi nel divenire indistinto della storia assume una sua nuova dimensione. Il frammento raccolto, proprio perché frammento, rimanda, come parte al tutto che lo contiene , e quel rimando ad una totalità è proprio la ricerca ed interpretazione verso una esigenza di cogliere il “divenuto”, l’essere stato, nella sua più intrinseca visione conoscitiva. Il frammento è slancio a cogliere (esegesi)  del Tutto.

I desideri, de-siderus, essere fra gli astri rimanda alla condizione di perdita di uno stato, il Paradiso, in cui l’uomo era stato posto da Dio all’inizio, ma che spinto dalla tentazione al fine ha negato. La caduta dal Paradiso, coincide con il formarsi del desiderio, in quanto esso, il desiderio spinge a voler avere ciò che non si ha ma che si vorrebbe avere, e che in ultima analisi mai si potrà compiere. Il sentimento del desiderio è proprio il ricordo e nostalgia di quella condizione divina del Paradiso, infatti desiderio è letteralmente essere fra gli astri. E’ la metamorfosi dell’anima da divinità a carne tentatrice, che vive nella nostalgia del suo perduto stato divino.

Il libro d’artista come raccoglitore di momenti di vita, di ricordi, nel contesto d’ordinaria vita. Ma se il ricordo è ricordo d’artista, allora la dimensione disegnata o riportata è interpretazione di un vissuto di “creatività” propria di chi crea. Ma l’artista, oltre che creatore di “opera” è anche creatore di se stesso, della propria vita, la quale ha necessità di un luogo per poter svilupparsi esplicare. La casa diviene allora l’ambiente ove l’artista si crea e crea la sua arte. Il libro d’artista racconta allora l’artista stesso e il suo mondo che non è solamente fisico ma anche, e soprattutto meta-fisico.

 

Jongo Park- Culture

La cultura è ciò che contiene e diffonde un libro, di qualsiasi credo religioso o politico. La cultura contiene la tradizione orale tramandata, contiene il sapere scientifico e umano di ogni nazione e etnia. La cultura diffonde pace, perché permette il relazionarsi delle parti, le quali approssimandosi all’altro ri-conoscono sé nell’altro come proprio limite, e riconoscendolo avvertono il loro stesso essere limite. Il limite oggettivizza l’altro  e lo pone di contro, ma quel porsi di contro significa relazionarsi nella determinazione di approssimarsi e poi accoglierlo. Il libro d’artista agisce in questa ottica di unire e determinare il relazionarsi fra i popoli e genti, perché nel suo simbolismo concentra il sapere di trasmettere nel messaggio simbolico del suo rapportarsi. Il libro d’artista no trasmette cultura per il suo dire, ma per quello che evidenzia.

 Marinella Imbalzano  Omaggio a Frida Khalo

Il libro d’artista come omaggio, non nel suo narrare linguistico, ove il detto è consegnato a parole ma omaggio come rappresentazione visiva che poi necessariamente rimanda di significato ad una dimensione più sentita che ragionata. Se il libro racconta, nel libro d’artista come omaggio vi è interpretazione che è propria dell’artista che racconta, attraverso il libro d’artista, se  stesso. Il libro d’artista, nella dimensione di omaggio a qualcuno o qualcosa, è la interpretazione e il vissuto dell’artista, nel suo intimo dire dell’oggetto che racconta. In ultima analisi il suo libro non parla di ciò che racconta, ma parla di se stesso nel sentire e relazionarsi con la figura di ciò che racconta. Non racconta egli, ma sé.

Lucio Pintaldi

Il libro come testimonianza di “evento”, nella sua eccezione di significato di celebrazione di un fatto o circostanza che ha determinato poi uno stato giuridico e storico fondamentale. Il libro d’artista allora, su un evento, è testimonianza storica che raccoglie e celebra quel che la memoria non può e deve dimenticare. Il libro diviene quindi evento esso stesso, come documento alla conservazione di un evento e celebrazione. L’artista di suo è colui che racconta e diviene in tal modo storico, colui che racconta la storia  e lo fa attraverso il suo libro-documento.

Martina Dorascenzi–   Storie nella carta

Il libro racconta, descrive e vive per quel che racconta. Ma il libro nel suo valore intrinseco non è nulla se non un discorso o dialogo , attraverso il discorso appunto, che si snoda entro di se ma distendendosi attraverso le pagine. Il libro in fondo non è altro che un insieme , poche o tante  pagine , dove ognuna racconta una dimensione del concetto del libro, infatti le pagine sono numerate proprio perché seguono un discorso e attraversano un discorso, trasportando il “logos”. La pagina è parte di un tutto che ha valore solamente se posta in un discorso totale. Ha un valore gestaltico, nella misura in cui il tutto (il libro) ha più valore della somma delle sue parti (pagine). Ma in questo caso, le pagine del libro, proprio perché essenziali alla costituzione del libro stesso hanno una loro dimensione e vita che le immettono in un contesto interpretativo legato alla loro costituzione fisica, materiale che rimanda alla terra. La pagina e la carta hanno intrinsecamente valore interpretativo proprio perché materia che trasformata diviene testimonianza di sapere, mantenendo entro di essa la sua naturalità, essenza di materia. La carta come materia trasformata, racchiude attraverso le sue pieghe e venature la sua primaria origine ed evoluzione, si che un libro d’artista che ne riporta la sua essenza è testimonianza creativa della metamorfosi della materia, o materia naturale, ma possiamo anche dire natura che vuole farsi conoscere pienamente e più approfonditamente attraverso l’oggetto posto a tale corpo: il libro.

Il libro d’artista che racconta la metamorfosi della materia attraverso la carta, racconta sé nella simbologia del suo essere altro, ossia libro documento.

Nicola Soriani- I figli del Nilo

Il passato è tale proprio perché non è più, ma nel suo essere divenuto ha in sé civiltà e espressioni umane grandi e uniche. Il passato è inevitabilmente storia nella misura che il passato di qualcosa e qualcuno. Le civiltà del passato come quella egizia hanno una costituzione e significanza che non può essere misconosciuta se non negando il nostro stesso essere. Ogni civiltà passata è fondamento della civiltà presente. Il passato è presente nella misura in cui quest’ultimo è completamento di un’Idea: l’Idea di civiltà a cui l’uomo è legato per potersi cogliere come costruttore di se stesso.

Valentina Mayer- La forma della Parola.

La parola risiede nel linguaggio, il quale dice solo la parola e la cosa, non dice più di sé, ma dice semplicemente la sua adesione al calcolo del pensiero. Dal pensiero calcolante la cosa è proiettata nella rappresentazione che la include. La parola non è semplice descrizione di uno stato di cose, ma è ciò che ospita ogni rapporto ed ogni significato. La parola si fa forma allor quando coglie la cosa, la rappresenta e la contiene. Ma per essere forma deve essere contenuta, si che la parola se descrive ciò che la contiene, allo stesso tempo è ciò cha la contiene, è forma di ciò che è contenuto. Ma la parola divenendo forma, porta significato nel linguaggio che la contiene, si che è il linguaggio che si fa forma, ma un linguaggio che si fa forma è un discorso, o logos, pensiero. E il pensiero che si fa forma diviene al fine l’atto, che è divenuto tale dalla potenza. La parola si può fare forma solamente nel libro d’artista perché il suo significato rimanda ad altro, come simbolo, e la parola che si fa forma è altresì ciò che è  in funzione di altro.

 

Susy Norcini – Amore cosmico- Amore negato.

 

Il libro d’artista rimarca una “assenza” nel suo significare, rimarca ciò che è tolto dal libro cultura per divenire oggetto rappresentante, ossia simbolo. Come l’amare, che è conseguenza di una assenza interiore, un ricercare l’altra metà di sé mancante, come scrive Platone nel Simposio. Si ama l’altro per ritrovare la propria metà mancante, un vuoto o assenza , ma la ricerca stessa del completamento di sé conduce spesso al travaglio o patire per come l’ansia di colmarsi dell’altro ricercato tende a saturare ciò che è incompatibile con il proprio sé. L’amore cosmico, de-siderato, da de-siderus , essere fra gli astri o nel divino, porta a de-situarsi anche da se stessi, ricercando ciò che non può essere contenuto nel sentimento ricercante. L’amare diviene patire perché negato, negato dall’altra metà che si ritiene completarsi con la propria. In realtà essa (l’altro) non vuole un tutto ma semplicemente conservare la sua metà indistinta. Il completamento è per egli la negazione di sé.

Rovena Bocci – Memories

Il libro d’artista, rimarca una assenza, cioè quel che il libro dovrebbe dire. Ma se diviene memoria o Memories, allora quell’assenza è saturata nel suo divenire simbolo dalle memorie stesse trascritte e rapportate o raffigurate. La memoria si appropria del messaggio simbolico del libro d’artista e diviene ciò che è contenuto. La memoria è sempre un raccontare, non nella descrizione del linguaggio ma in ciò che il linguaggio non può trasferire perché la memoria è propriamente un sentire, una emozione ri-vissuta nel suo farsi presente. Ciò che è oggetto di memoria proprioperchè ripreso esce dal suo essere stato per divenire messaggio emozionale per primo e messaggio d’insegnamento per secondo ordine. La memoria è sempre un ri-vivere.

Sandro Bonforti– Libretto in terra cotta

Il libro d’arte come testimonianza di messaggio, simbolo evidente e sostanziale di un discorso d’arte che attraverso il libro oggetto definisce una tematica quale la pace che necessitando uno strumento valido di definizione, coglie nella cultura il suo più valido rappresentante. Se il libro cultura definisce il sapere e conoscenza di una civiltà, in quanto solo attraverso il libro o altro mezzo valido di trasmissione culturale una civiltà progredisce, così il libro d’artista è veicolo per il medesimo discorso. Il libro d’artista se si svuota di cultura da apprendere, contemporaneamente si satura di significati perché trasmette ciò che il libro cultura stessa vuol essere ma li trasmette in forma simbolica e quindi più vasta.

 

Edizioni Fiorina- Bernucci

La memoria è diversa dal ricordo. Il secondo è atto mentale di ri-prendere analiticamente il passato senza interpretarlo, la memoria invece è ri-prende e interpretare. Un libro di memorie diventa d’artista quando nel libro stesso la memoria diviene co-sentimentale,  ossia che partecipa al sentimento del ricordare. Riprendere un passato di ideologia, di passione politica, è anche aver patito gli eventi per il farsi diverso dalle proprie aspirazioni e desideri. E’ la passione dell’utopia che, se è dimensione folle dell ‘agire, come dislocarsi dalla ragione, al contempo è proprio quella follia che ha determinato ogni cambiamento della storia. Solamente divenendo folli, ossia dislocarsi dalla ragione , è possibile cambiare il mondo, il quale per cambiare deve necessariamente negare uno stato e abbracciarne un altro. Il quel sottile frangente tra il  cadere  e rinascere c’ è l’Utopia, la quale a sua volta deve essere sempre negata per rimanere tale: l’attimo che si realizza determina la morte della passione politica. Il libro che riprende quella passione e utopia, documentandola diviene d’artista perché trasforma la memoria in messaggio.

Stacy Gibboni- 

Il libro d’artista rimarca una “assenza” e ciò che manca è il contenuto concettuale di quanto è stampato. Il togliere “il linguaggio stampato” si che il libro divenga un oggetto vuoto, inespressivo, permette all’artista di colmarlo e saturarlo con un proprio linguaggio che non necessariamente è”discorso scritto e quindi stampato”, ma può divenire un messaggio concettuale che ponendosi nella espressione di simbolo rimanda ad altro il proprio significato. Voler cancellare e quindi annullare ogni parola è testimonianza di cancellare un “discorso” e sostituirlo con un’altro che però manifestandosi solamente con la eliminazione dello stampato lascia spazio a definire altri “discorsi”, altri scenari interpretativi . Non del linguaggio appena cancellato ma nuove proposte interpretative che l’artista lascia all’ipotetico lettore di apporre. Lascia una porta o orizzonte aperto in cui chi legge, dietro il superamento dello scritto cancellato, coglie altri scenari e orizzonti intatti.

 Katia Dal Zillo– L’attimo consapevole

Lo sguardo ed in particolare l’immagine di un volto preso nella sua dimensione di sguardo è una sensazione che riflette l’anima del soggetto interpretato. Lo sguardo e gli occhi sono la porta dell’anima, quel limite che separa il fisico dal metafisico, dal detto del linguaggio al taciuto dell’anima. L’attimo consapevole è però anche il displicarsi della gestualità che attraverso le mani ci determina come “cosalità”, è determinazione della gestualità delle mani e in senso lato della dimensione fisica del corpo, ma al contempo è la auto- coscienza della temporalità del nostro “esserci” come entità spirituale. La figura dell’opera ha in se l’attimo consapevole spirituale con il suo farsi fisicità nelle mani che “contengono”, e non è banale la scelta artistica, fattasi poetica, di porre le mani a difesa della dimensione spirituale. L’attimo consapevole, che poi al fine è ogni attimo che l’Io ritorna a sé, nel suo porsi da prima nella dimensione fisica e poi nel proprio conscio “esistersi”. L’artista dipingendo -l’attimo consapevole- nella fisicità dell’opera, in realtà coglie essa stessa nella dimensione che non rimanda all’opera la sua esplicazione d’essere, ma è contenuto nel suo fare stesso dell’opera, nella –poietis-o creatività dell’artista che vede sé in ciò che dipinge ma trasfigura quel suo essere “cosa”in una dimensione spirituale che è insita e espressione del quadro stesso.

Livia Compagnoni- Le costellazioni

Il libro d’artista come documento- testimonianza su ruolo della donna nella storia. Dimensione sempre emarginata, ma costantemente presente nel farsi degli avvenimenti storici. La storia sembra non avere memoria  del suo ruolo , perché è storia di una parte che agisce nella sua determinazione di figura prevalente. Se non è nella storia è però nel ruolo fondamentale di compagna degli artefici della storia a volte figura nascosta ma determinante. Essa ha agito a volte da protagonista, ma sempre da argine emozionale per chi fattivamente agiva. Chi ha fatto la storia ha dovuto prima fare se stesso, e quel farsi passava necessariamente ne suo relazionarsi con la donna, nelle sue diversificate dimensioni umane: madre, moglie , amante, figlia. Quasi a poter dire che la storia è donna.

Emilio d’Elia-  Portatore Di- segni Celesti.

Un segno o dato (dal latino datum che significa letteralmente fatto) è una descrizione elementare, spesso codificata, di una cosa, di una transazione, di un avvenimento o di altro. L’elaborazione dei dati può portare alla conoscenza di un’informazione. Il libro d’artista è portatore di segni e dati, di di-segni come dati, e da  quei dati ne trae conoscenza per il suo voler dire e interpretare. Il libro d’artista quando è testimonianza del dato o segno è documento, atto notificante di un evento o accadimento. Ciò che diviene ha necessità di farsi dato o segno. Il di-segno è proprio il suo oggettivarsi, porsi di contro a sé e all’osservatore.

 

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