Manoscritti ritrovati nell’archivio diocesano della Abbazia di Praglia

(Articolo del Dott. Valtero Curzi Filosofo)

Questi due  manoscritti ritrovati nell’archivio diocesano dell’abbazia di Praglia, sui colli Euganei fano parte di una raccolta di documenti che risalgono agli anno 1511 e seguenti, come attestato suimanoscritti stessi. Del latore delle lettere , cavalier di Castelsullorizzonte si sanno poche notizie , meno ancora della gentile Signoria a cui tale lettere sono indirizzate. Si possono avanzare delle ipotesi tra cui una più attendibile pare essere quella che tale cavaliere sia un uomo di lettere nell’atto di spiegare ad un Donna di corte aspetti della vita.

Mia Gentil Signoria, nell’ultimo nostro convenir d’opinioni Ella ebbe a dirmi della sua condizione di “solitudo” in cui l’anima sua pare essere contenuta. Ciò mi restò doloroso apprenderlo perché io so bene qual effetti tale condizione nell’anima può cagionare. Diffatti lo stato di afflizione che coglie l’anima nel suo sentirsi sola è stato propriamente emozionale, cagione di un desiderio profondissimo: sentirsi liberati. L’anima nel suo sentirsi sola, cerca ciò che la possa sollevare da quel cotal peso che è l’abisso che s’apre entro di essa. Taluni han fatto della condizione solitaria un vivere virtuoso e soddisfacissimo, ma ciò è atto dell’anima che tralasciando ogni cosa che la circonda si pone da sola nella propria vita e in essa agisce avendo solamente sé come dimensione diversa da sé. L’anima , cara Gentil Signoria, non ebbe a venire al mondo per divenire solitaria, ma solidissimamente accolta e proposta al convenire emozionale con l’altro che gli si pone appresso nel suo cammino. La solitudo allora è condizione sopraggiunta e non voluta a cui l’anima però sottostà non potendo e forse non volendo contrastare. Essa si genera in due condizioni e afflizioni: la “solitudo” fisicissima ove è mancamento la contingenza d’altri, e ove lo sguardo spinto dall’anima a ricercare l’altrui presenza, vaga invano senza nulla cogliere per sollevare il peso del sentirsi ammancato anche della minima parola di altro. E’ questa :“solitudo” di mancamento contingente e solido. Appresso poi v’è la “solitudo” dal di dentro dell’anima, che non coglie il mancamento fisico attorno a sé, ma assolutissimanete un –vuoto- nel profondissimo della’anima. Si che è uso sentir il proprio animo sprofondatissimo entro un abisso orrido, pur tra innumerevoli altre genti e anime a noi approssimate. La “solitudo”, appresso definita, allor non è solitudine da mancamento quanto “sprofondamento dell’anima” dentro di essa, come un castello dalle arditissime mura e solidissime fondamenta, che per un fare non comprensibile si sprofonda entro se stesso. Se la “solitudo” primanzi descritta ha medicamento nella definizione con altro o altri di un vivere comune, con la presenzialità fisica di sè con l’altro, in questa, tutta interiora, il medicamento è assai più arduo e longo ad approntarsi. Nel primo, al mancamento basti mettere un qualcosa o qualcuno a soddisfare l’anima a sentirsi duale con altro. Nel caso appresso l’anima pare non sentire nemmeno essa come presenza, ed allora la “solitudo” è desperatio humanae, disperazione et angoscia. Ed il patire è tragico et assai doloroso. Nell’uno caso ti basti varcar l’uscio e proferir il giorno nelle sue manifesta azioni e camminare e convenire con tal’uno e tal altro e dire e fare appresso ad essi. Ti sia agevole, a cura di ciò, convenire le pur minime facezie del giorno e sentir il vivere, un vivere comune, nell’altrui presenza che nulla cosa importa che egli o l’altro sia conosciuto o sconosciuto. Vivilo come diverso da te e proprio perché diverso contiguo e contingente e tu solidissima in un fare contingente. Nel caso più “solidissimo di patire”, della “solitudo”  interiora, v’è un medicamento assai fruttifero che pare esse d’apprima doloroso ma poi esser efficacissimo per l’anima se ad esso s’abbandona e si affida come il nocchiero che in perfetta tempesta li lascia guidare dal vento che se pare inabissarlo, in realtà lo porta fora da ogni sconvolgimento temporale. Tale medicamento pare essere Cupido, con il suo arco e freccia a colpir d’Amore.

Ma non ora mia Gentil Signoria, m’avvedo di illuminarti su tale sublime luce che coglie l’anima ed apporta ogni medicamento ad ogni cor moribondo di “solitudo”. Di Cupido m’innoltrerò di poco appresso a mia futura missiva.

Dal Signor vostro Cavalier di Castelsullazzurro

Anno domini 1511

 Lettera II

Mia dolce Signoria, appresso all’ultima mia, nel discorrere sul male della “solitudo” venni a porre come medicamento ad essa il fare maldestro di Cupido, che Ella certissimamente ebbe a conoscere, come conosciutissimo ad ogni anima che s’abbandona al suo fare. Cupido è figura  antichissima, mitologica, anticipatore delle umane sorti. Dio dell’erotismo e della bellezza, unione di Imeros e Eros, Cupido con arco e dardi s’aggira volteggiando fra le anime e con fare fanciullesco, furbo ma maldestro, con i suoi dardi fa innamorare gli esseri mortali e immortali. Chi ne è trafitto  è colto da passione e patisce, perché la passione è patire come turbamento dell’anima. Non v’è ragione certa o dispiegamento di senno al suo fare, egli scaglia le sue frecce a suo imperscrutabile modo e chi ne è colpito s’abbandona al sentimento, alla passione. A volte con il medesimo dardo coglie due anime che innamorandosi da subito si cingono del sentimento d’amore, istantaneamente, altre volte coglie un anima e manca un’altra, si chè l’una colpita langue d’amore e l’altra ignara del mancamento subito non trae passione. Quindi l’una soffre e l’altra mancata, ignara fa soffrire la prima. In taluni casi, a volte, scoprendo l’errore generato, pugna ancora il dardo all’anima mancata si che essa , colpita s’avvede del sentimento che in essa s’è acceso e ricambia l’anima da prima colpita. In altri casi ancora, pur vedendo e scoprendo l’errore di tiro, ritorna a cacciar l’anima scampata, ma trovandola questa assai fuggevole ad esser colpita la insegue e tenta in ogni suo modo di colpirla, ma invano vi riesce. Allora vedendo la prima anima colpita languire d’amore, patire fortissimamente, egli , Cupido, mira l’altra scampata, assediandola e ponendola in costante agguato per cacciarla e colpirla col dardo che pria aveva mancato. A volte la tenacia dell’umano sentire è più robustoso della divinità di Cupido si chè l’una continua a languire d’amore e l’altra fuggitiva ai suo dardi , indefessamente vaga  nell’indefinito del sentimento solitario. Ma rarissimi son coloro che han evitato la sua acutissima caccia. Rarissima quella preda sfuggita al cacciatore accorto, e Cupido è accortissimo. Ma egli, Cupido, se da cacciatore cinge la preda, necessità primieramente che la preda stessa, se vuol esser colpita dai suoi dardi, e innamorarsi, non si nasconda profondissimamente nella selva più aspra e impervia e solitaria, ma lasci che il cacciator la intraveda, e seppur non vuol essere colpita da subito, onde non far parer che è preda già conquistata, si muova prudenzialmente ma al contempo ingenuamente si chè, a volte la furbizia è al pari dell’ingenuità. Se quindi il male tuo, mia diletta Signoria è la “solitudo”  interiora e profondissima, poniti alla luce del sole, ma a quel sole che riscalda e non faccia ombra poco innanzi. Infatti necessita che ti possa illuminare della luce del mezzodì, che allo perpendicolo dei suoi raggi il sole non fa ombra, si che anche appresso al mezzodi, l’ombra che inevitabilmente avanzerà sarà minimissima e appresso avanzando ancora potria allungarsi fino al vespro, ma lasciando assai tempo al furbo Cupido di cacciare. Non porti ,mia Signoria, al sole del tramonto che ombrando di lungo poi annulla ogni cosa nella sera. Troppo poco tempo per sentir il dardo trasferir le sue affezioni nell’anima. Si che le afflizioni nell’anima son alterne nell’anima maschile e in quella femminile. In quella maschile è assai rapidissima, colpisce e agisce istantaneamente come il veleno potentissimo del più velenosissimo ragno micidiale, se pone sentimento –virtuosissimo- Infatti a volte il dardo che colpisce il maschio reagisce con il sentimento negativo di questi, si che par che abbia effetto amorevole, in vero il maschio agisce solamente per predare le grazie della fanciulla  cadutagli in mano. Se Cupido pare aver agito al bene , in realtà il maschio agisce affinchè, posseduta la pulzella, poi all’alba si dilegua lasciando essa di nuovo sola e abbandonata. Mira dunque, mia Signoria, il dardo che l’altrui dimensione colpisce, ma primieramente mira il suo fare in ogni minutissima  facezia e attenzione. Se Cupido è scaltro e furbo non meno scaltro e furbo è il maschio cacciatore. E te ne dispiegherò i suoi modi e intendimenti, ma oltre questa mia, e in altra giornata ciò abbi modo di propormi ad esplicatore delle umane reazioni del maschio, ch’io conosco non per affinità d’animo ma per saggezza del vissuto ch’io ebbi a conoscere.

Dal Signor vostro Cavalier di Castelsullazzurro

Anno domini 1511

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